Thing Trunk porta i dungeon cartacei di Book of Demons anche su console Xbox One, PlayStation 4 e Nintendo Switch. Pronti per una nuova avventura in memoria del primo Diablo?

Credo che non debba essere per nulla facile rivedere da zero un genere per poi reinterpretarlo, come non deve essere facile sfruttare alcune meccaniche di gameplay ormai consolidate nel mondo videoludico, tentando però contestualmente di renderle un pelino più interessanti.

La filosofia alle spalle di Book of Demons rispecchia a grandi linee questo ragionamento, riprendendo quello che fu il successo del primo Diablo, tra ambientazione e sistema di gioco hack’n’slash, trasformandolo subito dopo in un origami di carta dai connotati più divertenti, finanche munito tra le altre cose di un sistema di equipaggiamento e drop basato su delle “semplici” carte da gioco.

Pronti per sfidare un nuovo essere maligno?

STAY AWHILE AND LISTEN!

La piccola citazione messa come titolo di questo lungo capoverso dovrebbe già farvi correre lungo la schiena un brivido di malinconia: eravamo negli anni ’90, giocavamo al computer praticamente tutti i pomeriggi e, grazie a Blizzard, entravamo in possesso di una piccola perla chiamata Diablo.

All’interno di esso ci veniva proposto di scegliere uno tra i tre personaggi pensati per farci vivere la nostra esperienza a Tristram, una città del regno di Khanduras dove si era risvegliato, nelle profondità delle catacombe, uno dei tre primi maligni. Scegliendo tra guerriero, ladra o stregone, potevamo fare la conoscenza di tanti personaggi che sarebbero entrati in seguito nella storia del franchise, come Deckard Cain o Adria, sfidando subito dopo i pericoli delle catacombe tra scheletri, demoni, macellai e compagnia bella.

Letta così sembra la recensione revival del primo Diablo, vi do completamente ragione. Ma questa piccola introduzione serve a fornirvi un piccolo assaggio delle sensazioni provate giocando a Book of Demons, primo titolo di una serie che tenta di riportare in auge alcuni classici degli anni ’90 sfruttando una grafica bidimensionale composta da personaggi fatti di … semplice carta.

Entrambi gli eroi e i mostri sono infatti creati come se fossero degli origami di carta, fattore che stempera tutto il clima cupo della storia creata da Blizzard grazie a colori molto vivaci, con il fine di reinterpretarla in chiave più comica, senza però perdere di vista citazioni e momenti topici non solo presi da Diablo, ma anche da altri franchise di successo.

Ovviamente in questo modo la storia perde un po’ quel pathos da viaggio dell’eroe, conferitogli chiaramente dallo spessore dei vari personaggi (come Lazarus, Leoric e via discorrendo), ma al contempo acquista quella leggerezza utile a somministrarlo anche ad un pubblico più giovane. Non lasciatevi ingannare però da questi toni scherzosi, perché Book of Demons non è un titolo che va preso con tanta leggerezza.

CALA L’ASSO AL MOMENTO GIUSTO

Sul fronte delle meccaniche di gioco, Book of Demons reinterpreta gli hack’n’slash di una volta aggiungendoci un tocco di originalità grazie allo sfruttamento di alcune carte da usare come equipaggiamento. In pratica possiamo scegliere una tra le tre classi disponibili, scendere nel dungeon al di sotto della cattedrale e sconfiggere i mostri che ci si pareranno di fronte sperando di trovare delle carte da equipaggiare come veri e propri pezzi di equipaggiamento.

Ce ne sono di vario tipo, vengono suddivise per colori (questa volta non legati alla rarità) e possono essere utilizzate a seconda del nostro stile di gioco per creare il loadout necessario a evitarci la morte durante gli scontri. Entrando nel particolare, il guerriero può equipaggiare alcune carte rosse che funzionano come dei consumabili (tipo le pozioni) e poi scegliere se favorire maggiormente le carte verdi che corrispondono agli oggetti con caratteristiche passive (tipo armature, spade o amuleti) o le abilità/carte blu da usare col mana per infliggere danni di varia entità.

Book of Demons

L’equilibrio da ricercare è determinato dalla quantità di punti che sceglieremo nel potenziare la nostra riserva di mana, che verrà automaticamente utilizzato come bacino suddiviso tra oggetti verdi e blu a seconda delle nostre necessità. Per dire, noi con il nostro guerriero abbiamo scelto di equipaggiare solo carte verdi (oggetti passivi), lasciandoci spazio giusto per due carte rosse necessarie per curarci e prevenire i malus elementali.

Chiaramente questo è solo uno dei loadout possibili, ed è interessante evidenziare come il gioco proponga un sistema abbastanza diversificato non solo nella generazione dei dungeon, ma anche nella possibilità di far decidere a noi la durata della sessione di gioco, un sistema che io ho trovato intelligente e stranamente utile al fine di scegliere il tempo da dedicare alla mia avanzata nel dungeon.

Come accadeva anche in Diablo, Book of Demons propone un piccolo hub dove incontreremo dei simpatici PNG con cui interagire a seconda delle situazioni. Tra questi compare un vecchietto praticamente identico a Deckard Cain, accompagnato da una strega che ci inviterà nella sua tenda per potenziare le carte e sbloccare le rune necessarie per farlo. Insomma, il mood resta sempre quello di un tempo, solo che in qualche modo si riesce a vivere un livello di semplificazione capace di adattarsi a tutti i giocatori, sia novizi che hardcore gamer più assatanati.

COME AI VECCHI TEMPI

Il sistema di gioco ricorda gli hack’n’slash in visuale isometrica e la conversione adoperata su console, io ho provato la versione per xbox one, riesce a conferire quasi lo stesso feedback ottenuto con il PC (che comunque reputo spesso inarrivabile), perché grazie allo stick analogico possiamo muovere una sorta di cursore virtuale necessario per raccogliere gli oggetti e/o mirare particolari avversari a differenza di altri.

Certo, con mouse e tastiera tutto si adatta naturalmente e senza problemi, ma devo dire che anche con il pad alla mano Book of Demons si comporta proprio bene, mantenendo comunque anche una certa responsività a livello di comandi. Nelle situazioni più concitate ho avuto veramente tanta difficoltà, complice il mio rapporto decisamente conflittuale con la sensibilità degli stick analogici, che mi hanno complicato la vita non poco quando mi sono trovato di fronte una miriade di scheletri pronti a farmi fuori senza chiedermi prima “come stai?”.

Book of Demons

Bisogna comunque sottolineare che il gioco prende in prestito le dinamiche degli hack’n’slash, lasciandosi purtroppo da parte l’esplorazione libera delle aree da gioco, al fine di “confinare” il giocatore su un binario prestabilito, identificato da corridoi standard da cui non potremo evadere. Sebbene sulla carta possa sembrare una limitazione, dall’altra trovo che questa sia stata una scelta comunque utile al contesto, rivelandosi persino provvidenziale in questo particolare caso nel limitare i danni evidenziati dalla gestione del controller.

Graficamente è inutile fare delle rassomiglianze, giacché il gioco non punta minimamente su un comparto tecnico all’ultimo grido, lasciando spazio a degli effetti standard comunque bellissimi da guardare, anche se riprodotti verso un mondo fatto completamente di carta e origami. La colonna sonora non presenta delle tracklist indimenticabili, ma il doppiaggio è veramente in linea con la produzione, presentando dei dialoghi veramente simpatici e anche ben adattati al contesto.

7.0 DIABOLICO!

Book of Demons è un gioco che sembra soffrire del suo attaccamento al PC, motivo che gli impedisce di adattarsi al mercato console per via della configurazione scelta per trasferire i comandi mouse/tastiera sul gamepad. A prescindere comunque da questo piccolo inciampo, l’opera di Thing Trunk resta comunque divertente da fruire, considerato inoltre il prezzo decisamente abbordabile. Peccato non sia stata prevista una modalità multigiocatore, secondo me avrebbe davvero giovato al titolo.

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Videogiocatore sin dalla tenera età, ha cominciato il suo viaggio dalle console di vecchissima generazione per approdare al PC Gaming più estremo. Fedele sostenitore del retrogaming, ama gli RPG e gli RTS e cerca, allo stesso tempo, di diversificare la sua dieta con generi sempre diversi di videogiochi.

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