In qualche modo, avevo una vana speranza che Predator: Hunting Grounds potesse divertirmi oppure colmare il vuoto provocatomi dalla chiusura di Evolve a cui ormai sembra destino che nessun altro titolo possa porre rimedio.

Certo, il precedente Venerdì 13 di IllFonic ha destato più di qualche perplessità circa la qualità finale di quest’opera, ma la speranza è l’ultima a morire. Dunque pad alla mano (gioco testato nella sua incarnazione su PlayStation 4) il risultato finale è stato un inedito mix di divertimento, ma anche il rammarico di una buona occasione per sfruttare il marchio di Predator per tirarne fuori un titolo fruibile sulla lunga distanza, ma la base di partenza presenta più di qualche ben evidente problema.

Trattandosi di un titolo multiplayer asimmetrico 4 vs 1, non è prevista una campagna in singolo, dunque non aspettatevi tratti narrativi ben marcati, se non quelli che servono a giustificare l’inizio del matchmaking. Le selezioni dal menù saranno due, scegliere se essere un membro del Fireteam, squadra composta da quattro soldati umani, oppure incarnare il Predator giocando con tutti i suoi gingilli tecnologici e sterminare chiunque gli si pari contro.

Le missioni, per entrambe le fazioni, saranno le solite, con il Predator che dovrà decimare la squadra Fireteam e raccoglierne i trofei ossei, mentre la squadra avrà compiti diversi, sgominare nella fitta giungla attività illecite di baroni della droga o altri criminali rivoltosi, cercando di sopravvivere alla caccia del Predator, per poi andare nel luogo di estrazione e scappare dalla mappa.

TANTI OBIETTIVI, TUTTI DIVERSI!

Qui avviene subito una rottura degli obiettivi che, pur dando una diversa varietà di approccio, trovo tutt’ora una scelta davvero bizzarra: la squadra Fireteam avrà più modi di uscirne vincitrice, pur mancando totalmente il loro obiettivo.

Capiterà infatti che si deciderà volontariamente con il proprio team di fregarsene della missione, per dare la caccia al Predator e ucciderlo. Qui avverrà un duplice evento, dato che alla sconfitta del giocatore che controlla il Predator egli potrà decidere se lasciarsi morire oppure attivare la bomba autodistruttiva, che coprirà una porzione della mappa costringendo gli altri giocatori ad allontanarsi dalla zona per avere salva la vita, oppure tentare di decifrare la lingua Yautja e disinnescare la bomba, evento che farà guadagnare vagonate di punti esperienza al giocatore per poi attivare un’ulteriore fase del gioco, quella della protezione del corpo del Predator dai razziatori locali e attendere l’estrazione, così da portare il cadavere all’attenzione dell’equipe scientifica.

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Dunque, se il Fireteam ha tantissimi modi per uscirne vincitori dalla mappa, il Predator ne uscirà sconfitto se ucciso o vincitore solo se avrà ucciso tutti i giocatori. C’è anche la grigia via di mezzo, dove il Predator può uccidere uno o due membri del team, mentre gli altri scappano e questa situazione non è ben chiara nell’economia del gioco, tanto che tutti i giocatori, umani e Predator, prenderanno sempre punti esperienza importanti.

Questo sbilanciamento è chiaro sin da subito; dopo appena una manciata di partite scopriamo quanto le risorse a disposizione del Fireteam siano incredibilmente molto più vantaggiose a discapito del Predator che beneficerà giusto dei suoi gadget, ma con un minimo di gioco di squadre, abbattere l’alieno e divenire da preda a predatore, sarà un gioco da ragazzi.

GET TO THE CHOPPA!

Si dice che il ruolo di Terminator era perfetto per il buon Swarzy, dato che, in quel momento non mostrava grandi doti recitative, dunque essere la classica tavoletta di legno fuori da ogni emozione, era perfetto nel ruolo del robot sadico e killer. Questa definizione potrebbe riassumere il valore produttivo di Predator: Hunting Grounds, come un titolo perfetto per giocare in compagnia, capace di regalare ore e ore di basilare divertimento, ma oltre quello, purtroppo non c’è nulla.

I gravi limiti produttivi sono un monito per il futuro e per un titolo multiplayer il supporto sulla lunga distanza è necessario, ma impossibile da applicare nel modello proposto ora. Il franchise di riferimento è appunto Predator e le diverse incarnazioni al cinema hanno regalato delle varianti, ma mai vere e proprie novità, motivo per cui è facile prevedere che non ci saranno aggiunte significative nella scelta dei personaggi (c’è la variante del Predator donna, ma non se ne capisce la ragione).

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Ogni membro del Fireteam beneficia di classi, ma non sarà possibile costruire una vera e propria build, o almeno, non ci sarà mai la reale sensazione di avere un elemento di supporto o un tank pesante. Ci saranno lievi statistiche riguardo la salute, la potenza di fuoco, la difesa, l’agilità, tra classe e armi equipaggiate, ma non hanno un impatto determinante sul gioco. Anche grazie ad abilità che si sbloccheranno livello dopo livello, avremo quel +5 di salute su numeri totali a tre cifre. Insomma, cambiamenti impercettibili.

Non mancano poi le classiche lootbox contenenti solo shader cromatici e oggetti di abbigliamento che non influiranno sulle dirette statistiche, scacciando per fortuna l’ombra di un sistema pay to win, rendendo comunque questa personalizzazione un gusto prettamente estetico.

Da Venerdì 13 il salto qualitativo c’è stato, ma più che salto, lo definirei un passo che prova ad affacciarsi su un altro mercato. Come sempre, titoli del genere beneficiano di longevità se giocati assieme ad amici, ma la vera missione sarà scoprire il supporto post lancio, almeno per quanto riguarda le mappe, tutte apparentemente diverse, ma sempre uguali, per mancanza di level design che le possa caratterizzare.

6.0 PREDATOR KILLER

Predator: Hunting Grounds è un bel divertimento se giocato assieme ad amici. Il feeling del gunplay tutto sommato restituisce buone sensazioni a discapito di una IA dei nemici di zona assolutamente da rivedere. Il bilanciamento predilige il Fireteam e ci aspettiamo che tutto questo venga sistemato al più presto, assieme a una roadmap di contenuti atti a giustificare la permanenza nei server. Diciamo che la base c'è, magari con un po' di fortuna e un buon supporto, il titolo può cambiare le carte in tavola e divenire un buon guilty pleasure.

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