Io certe meccaniche di gioco proprio non le capisco.

In Conglomerate 451 tutti i livelli sono divisi in due aree, e all’inizio di ogni missione possiamo scegliere di partire direttamente dalla seconda, dove si trova il nostro obiettivo.

Ma allora, cosa mi stai dicendo, mio caro sviluppatore? Che la prima metà serve a ben poco, e anche tu dopo innumerevoli ore ti sei reso conto che è noiosa?

PURPLE RAIN

In realtà gli italici RuneHeads hanno tentato di offrire un bilanciamento che desse un senso a una tale alternativa: nella fase iniziale si ha la possibilità di acquisire più loot, trovare negozi dove acquisire equipaggiamenti specifici, e anche facilitare la nostra vita quando si arriva nella zona finale.

Tali vantaggi, però, sono pressoché ininfluenti, e anche se si salta subito nell’area più calda, il drop dei nemici è piuttosto magnanimo, per cui una possibilità di scelta che sulla carta sembra funzionale si rivela un mistero del gameplay.

Mi rendo conto di aver iniziato subito in medias res. Scusatemi se ho saltato i convenevoli, ma certe volte mi si infilano dei quesiti in testa da cui non riesco proprio a liberarmi, come se neanche Dominic Cobb avesse passato una notte (o un mese, o un secolo) a piantare semi di idee nel mio cervellino affaticato.

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Facciamo allora un passo indietro. Di che sto parlando?

Conglomerate 451 è un dungeon crawler in prima persona in cui muoviamo il nostro party di tre personaggi in un’ambientazione fortemente cyberpunk, sia come estetica che come corollario socio-politico.

Ci troviamo infatti in un futuro dominato da corporazioni così corrotte che in confronto il governo statale sembra essere onesto, un futuro dove ovviamente fa un tempo da schifo e piove più spesso che a Londra, ma comunque le liceali girano in minigonna come se nulla fosse.

Ora che ci penso, sembra proprio Soho quando il sabato arrivano le vagonate di ragazze dall’Essex!

La parte ruolistica di questo titolo è di primissimo livello, a partire dalla schermata di creazione dei nostri cloni-soldato, che possiamo personalizzare assegnando loro un limitato numero di abilità tra quelle concesse a ciascuna classe.

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Come già visto in sede di anteprima, queste stesse classi spaziano dai ruoli classici come tank e damage-dealer ad altre che sono più specifiche dell’ambientazione cyberpunk, come per esempio il techie, forte in tutto ciò che concerne l’hacking, sia che si tratti di una porta da aprire o un nemico da indebolire.

Molto bello l’adattamento degli incantesimi fantasy: ogni personaggio ha un cyber-deck dotato di una certa capacità di memoria su cui installare plug-in più o meno potenti che sfruttano la batteria di ciascun combattente per essere utilizzati in combattimento.

Oltre a ciò aggiungo che mi ha colpito anche una gestione innovativa del già menzionato loot: ogni componente raccolto ha un effetto diverso a seconda della parte del corpo dove viene applicato; per esempio, lo stesso equipaggiamento può aumentare la percentuale di mira se viene utilizzato per gli occhi, o la probabilità di colpo critico quando lo usiamo per potenziare le gambe.

Tutti questi elementi contribuiscono a creare mille opzioni di personalizzazione della nostra squadra, e. missione dopo missione, la voglia di sperimentare spinge a provare combinazioni diverse di classi e le loro abilità o “magie”; purtroppo però tutta questa ricchezza non converge in un sistema di combattimento che dia soddisfazione.

Com’è mai possibile? Anche qui, qualcosa che in teoria sembra avere tutte le carte in regola per lasciare il segno, finisce per mancare il bersaglio. Ora vi spiego.

BLACK SWEAT

Ogni scontro si svolge rigorosamente a turni e uno dei primi problemi riguarda la loro assoluta staticità. L’opzione di muovere il party in realtà c’è, ma non trova mai applicazioni funzionali, quindi lasciamo stare.

Suddetta staticità elimina, quasi per definizione, buona parte della dinamicità del combattimento, e con essa quella tensione trasmessa dalla danza della morte di due duellanti all’ultimo sangue. Non siamo quindi ai livelli di Legend of Grimrock, e il fatto che questo gioiellino sia in tempo reale non sposta affatto la questione. Se anche ci fosse stata la possibilità di muoversi, i livelli di Conglomerate 451 l’avrebbero resa del tutto inutile, in quanto si tratta di lunghi corridoi che terminano, a volte, in stanze più ampie.

Più che lamentarmi della somiglianza delle mappe create dagli algoritmi procedurali, l’aspetto che meno mi ha convinto è la scarsa interattività con l’ambiente circostante, limitata a pochi oggetti che si possono hackerare; non esistono invece fattori ambientali per avvantaggiarci in un combattimento: niente pozze d’acqua da elettrificare o macchie d’olio da incendiare con la skill giusta al momento giusto, e neanche la più banale forma di copertura dietro cui ripararsi.

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All’interno della varietà di classi e abilità di cui parlavo prima, ho notato qualche sbilanciamento, nel senso che alcune accoppiate mi sono sembrate decisamente più efficaci rispetto alle altre.

Per esempio

Spoiler Alert!

– ho trovato che – adesso lo dico, se non volete suggerimenti andate avanti – avere in squadra un – ecco ci siamo!! – Drifter che “marchi” gli avversari per farli poi colpire da due Infiltrator con il loro fucile di precisione, rende molto scontri piuttosto triviali, al punto di avere completato una missione di livello di difficoltà superiore portando a casa tutti e tre i miei soldati vivi e vegeti, nonostante il minaccioso avviso prima di iniziare il livello: La tua squadra è troppo debole. Sei sicuro?

[riduci]

Attenzione, ci sono comunque gli scontri con i boss, e quelli sì che sono un’impennata micidiale di sfida, per cui non è una cattiva idea mandare per la prima volta delle reclute anche solo per capire contro chi ci avremo a che fare. Insomma, a discapito do un bilanciamento migliorabile, Conglomerate 451 non è una passeggiata e lascia comunque un’ampia gamma di alternative con cui provare qualcosa di nuovo.

7.0 FIGO A META'

Conglomerate 451 costruisce un mondo pieno di sfaccettature, tra abilità dei nostri soldati, arti cibernetici e cyber-deck per l'hackeraggio, ma non riesce a convertire tutto questo bendidio in un combattimento emozionante o un'esplorazione avvincente a causa della sua struttura troppo rigida. Mi sento quindi di consigliarlo solo agli avidi appassionati del genere.

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