Se ne sono lette di cotte e di crude su Death Stranding, ultima fatica di Hideo Kojima, e probabilmente le mie parole faranno parte di una serie di ripetizioni lanciate nell’etere, rafforzative se vogliamo di un piccolo cambiamento che alcuni giochi stanno inseguendo da un po’ di tempo a questa parte.

L’IMPORTANTE E’ IL VIAGGIO

Questa ventata di aria fresca portata dal lontano territorio dei “walking simulator” si rivela essere il punto di congiunzione tra un lungometraggio e un videogioco, tra lo stare seduti ad assimilare una storia senza interagire (patatine e birra non contano) oppure giocarla mediante l’uso di una periferica, rispettando per filo e per segno le regole imposte dagli sviluppatori di turno nel gameplay.

Death Stranding sembra essere un ibrido nell’ibrido. È un prodotto difficile da catalogare, o quantomeno difficile da etichettare con quella semplicità con cui -magari- possiamo etichettare un Tekken, un Gran Turismo o un qualsiasi altro gioco appartenente a una categoria ben precisa. L’ultimo lavoro di Hideo Kojima parte vestendo gli abiti di un action in terza persona, ma subito dopo si ferma esiliando quelle poche interazioni disponibili.

Le bandisce quasi con cattiveria, cercando al contrario di attirare l’attenzione dello spettatore verso la storia, centellinata a dovere per mezzo di cutscene piene di paroloni complessi, personaggi improbabili e connessioni da ripristinare. Ma che cos’è quindi Death Stranding?

CHE COSA E’ DEATH STRANDING?

Dopo aver occupato diverse nottate in compagnia del gioco, devo ammettere che anche io, nel profondo, ancora non l’ho capito con certezza. Tutto ha inizio in una versione distopica del territorio americano, un mondo che apparentemente sembra aver subito un forte mutamento a seguito del Death Stranding, un fenomeno di estinzione che ha decimato la popolazione mondiale, separando a tutti gli effetti i sopravvissuti che hanno cercato di rifugiarsi in delle zone di contenimento.

Separati. Ricordate questa parola, perché alla base di tutti i concetti presenti nel gioco, quello della separazione (fisica, emotiva) è probabilmente incastonato nell’impianto narrativo dell’opera, giacché l’intento del protagonista Sam (interpretato da Norman Reedus) è quello di riunire gli Stati Uniti d’America superando ogni avversità.

Death Stranding

Wake Up, Neo…ah no quello è un altro attore ed un altro gioco.

Nel giro di pochi minuti entrerete in contatto con parole improbabili come DOOMS, CA o Chiralità, ma se vi darete il tempo di fare un respiro profondo per andare avanti, capirete non solo il significato delle medesime, ma anche una parte degli intenti che lo stesso Kojima avrà idealizzato nella scrittura del gioco. In questo caso particolare trovo che scendere nei dettagli della questione sarebbe fin troppo egoistico nei confronti del lettore, se non altro perché trovo che ognuno dei presenti debba avere almeno la possibilità di avvicinarsi al gioco provando le stesse sensazioni contrastanti che, spero, abbiamo provato tutti dall’inizio alla fine di questa avventura.

Detto fra i denti, Death Stranding non è un videogioco per tutti. E mi sorprendo di aver letto in giro pesanti critiche a un prodotto che non si è piazzato davanti la casa di nessuno per chiedere di essere acquistato. Trovo che un prodotto simile, soprattutto nelle fasi intermedie dell’avventura che, vi posso assicurare, solleticano tutte le vostre più abiette affermazioni armati di un calendario gregoriano, sia la sintesi stessa del messaggio ideologico che vuole trasmettere. Una estensione della vena creativa di Hideo Kojima, che in tutto e per tutto ha cercato di unire filosofia, esoterismo e se vogliamo anche religione all’interno di un prodotto capace di intrattenerti su vari livelli.

Molti lo hanno rinominato “Corriere Simulator“, ma credo che lo sforzo profuso nel trascinare Sam in lungo e in largo per un territorio devastato, superando cronopiogge, creature arenate (gli umanoidi color pece che escono dal terreno) e molto altro ancora, beh, non merita di essere ridotto a una definizione così semplicistica.

Ok, ammetto che io sono il primo a non voler vedere per forza il mondo iperuranio in tutte le cose, ma questa caverna mitologica in cui ci troviamo tutti (almeno secondo il buon Platone) potrebbe rivelarsi il punto di partenza ideale per concettualizzare Death Stranding, separando le due patine di realismo e concetto per giudicare un videogioco per quello che è.

Death Stranding

Il nostro mood nelle fasi intermedie di gioco

Potrebbe rivelarsi semplice intrattenimento, d’altronde possiamo guidare Sam seguendo uno schema di movimento basico, ritrovando più avanti delle armi create con i nostri liquidi corporei (ehhh già!) o modifiche al nostro equipaggiamento per trasportare più peso, ricordandoci nel frattempo di mettere tanti like alle strutture create in server paralleli da altri giocatori, ma possiamo anche fermarci a respirare, prenderci il nostro tempo e giocarlo piano piano fino in fondo.

Apprezzandone i fondali, giocando con il Bridge Baby oppure guardandoci con attenzione le cutscene in cui emergono attori del calibro di Mads Mikkelsen (non si azzardi nessuno a toccarmelo eh!). Ogni elemento può acquistare fascino e credibilità, sempre a patto che noi, con la nostra interpretazione, fossimo in grado di affibbiargliele.

DE GUSTIBUS NON DISPUTANDUM EST

Death Stranding è proprio questo: un gioco che può essere fero o piuma, dieci o cinque, capolavoro o schifezza epocale, è un gioco che vive in un equilibrio pericoloso su una bilancia invisibile dove noi, coscienti o meno, assegniamo dei pesi senza rendercene conto. Pertanto mi sembra opportuno, alla fine di questa disamina di pancia, che mi piace scrivere per il puro gusto di riversare sentimenti su carta digitale, consigliarlo a chi abbia voglia di mettersi in gioco senza troppe pretese.

Non pensate che sia l’ultimo titolo di Kojima, o che qualcuno vi abbia raccontato che si portano pacchi in giro per il mondo, ma pensate soltanto che sarete trasportati in un luogo desolato, dimenticato da Dio e ricordato solo da queste maledette CA, che troppe volte vi faranno disconnettere dal mondo e dalla console ripetendovi sempre lo stesso mantra: “ma chi me l’ha fatto fare?”.

Datevi tempo.

Death Stranding è un gioco di passi, un viaggio da percorrere mettendo un piede davanti l’altro.

CONCLUSIONI FINALI

So che la maggior parte dei lettori si aspetterà un voto, ma in questo caso ho deciso che non trattandosi di una vera e propria recensione, non sarebbe opportuno relegare il mio giudizio ad un semplice numerino, che tra l’altro non può essere supportato da tutte le analisi del caso sul prodotto. Abbiate pazienza, per una volta possiamo anche sopravvivere senza.

About Author

Videogiocatore sin dalla tenera età, ha cominciato il suo viaggio dalle console di vecchissima generazione per approdare al PC Gaming più estremo. Fedele sostenitore del retrogaming, ama gli RPG e gli RTS e cerca, allo stesso tempo, di diversificare la sua dieta con generi sempre diversi di videogiochi.

Parlane con Playcorner!

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: