Midsommar è l’opera seconda di Ari Aster, regista salito alla ribalta nel 2018 con il suo film di esordio, Hereditary – Le radici del male.

TRAMA

Dani (Florence Pugh) e Christian (Jack Reynor) sono una coppia di ragazzi americani che sta vivendo un momento di profonda da crisi: lei soffre di insicurezze e problemi psicologici dovuti alle gravissime patologie mentali della sorella, lui vive ormai la relazione con sufficienza, come uno status quo da mandare avanti per inerzia mentre la testa e forse non solo quella pare focalizzata altrove (sugli studi universitari che vivacchiano, sulla voglia di evasione e sul desiderio di avventure in senso lato).

La vacanza nel remoto nord della Svezia in compagnia del gruppo di amici di Christian si trasforma così nell’occasione giusta per distrarsi e provare a ripartire, almeno sulla carta: l’idea sarebbe quella di partecipare a un’esotica festività celebrata in un villaggio sperduto e immerso nella natura, riunendosi ai familiari dell’amico Pelle. A dispetto della perenne luce solare e delle tradizioni apparentemente bucoliche qualcosa però non torna nella strana comunità degli Hårga, e ben presto l’intero gruppo sarà costretto a un’irreversibile resa dei conti.

Midsommar

A me fanno già paura così.

CONFERMARSI E’ SEMPRE DIFFICILE

Diciamocelo senza troppi giri di parole: stavamo un po’ tutti aspettando Ari Aster al varco. Reduce dal clamoroso successo di Hereditary, strepitoso horror capace di sorprendere, sconvolgere e incantare all’incirca dodici mesi fa, il regista e sceneggiatore americano torna – ancora una volta sotto etichetta A24 – con quello che per certi versi potrebbe in effetti essere considerato l’ideale complemento della sua folgorante opera di debutto, una specie di proverbiale altra faccia della medaglia.

Se in Hereditary prevalevano infatti gli spazi chiusi, l’oscurità, gli interni che, come in una casa delle bambole, si facevano spesso soffocanti, in Midsommar trionfano invece il sole, l’ariosità, gli spazi quasi agorafobicamente aperti dominati da un perverso rigore geometrico: un orrore mai del tutto esplicito eppure letteralmente rischiarato dalla luce del giorno, con un sole di mezzanotte che riesce a essere davvero sinistro, invasivo e spietato nel non lasciare mai tregua (neppure allo spettatore, con 140’ di pellicola che tendono a sentirsi tutti).

Midsommar Florence

Ancora una volta a reggere il film c’è una protagonista femminile, una problematica Florence Pugh che si distingue con una performance intensa.

Il risultato finale appare tuttavia a questo giro assai meno convincente: da una parte si riconferma senza smentite l’innata abilità di Aster come cineasta, la sua ricercatezza nel montaggio – comunque meno geniale di tanti momenti di Hereditary – e l’incredibile attenzione per i dettagli di contorno, con una messa in scena del folklore rurale degli Hårga che si dimostra tra il memorabile e l’impressionante (un plauso particolare va senza dubbio allo scenografo Henrik Svensson).

Dall’altra però a mancare è il sublime meccanismo a orologeria di Hereditary, quella cura maniacale per la sceneggiatura, quello sbalorditivo gioco di incastri che poteva manifestarsi in tutta la sua tragica chiarezza soltanto a una seconda visione. Insomma, ciò che aveva reso così speciale l’opera prima del regista americano.

Al contrario, Midsommar si dimostra un film meno strettamente solido e compiuto, che si trastulla forse in maniera eccessiva sui simbolismi, sconfinando spesso in toni un po’ artistoidi e fini a se stessi. Una pellicola in cui la forma tende a prevalere in modo schiacciante sulla sostanza, non senza concedersi anche qualche evitabile scivolone narrativo (diciamo che il comportamento del gruppo dei protagonisti non risulta sempre inattaccabile sul piano della logica, e anzi tende a macchiarsi di quei cliché che Hereditary aveva saputo schivare con la classe propria dei grandissimi).

Nonostante tutto però, Midsommar resta una visione grottesca, sopra le righe, malsana e viscerale, con almeno una scena in particolare destinata a lasciare il segno – una disturbantissima parentesi sessuale che rivendica la natura fortemente matriarcale dei costumi pagani degli Hårga. Un’esperienza totalizzante e non semplice da giudicare in maniera assoluta, che per certi versi sovrasta lo spettatore con un abbagliante caleidoscopio di colori, simboli e significati: di certo non un film facile, con cui distrarsi a cuor leggero nel bel mezzo di una torrida estate.

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