Il filone live action dei grandi classici Disney prosegue a passo spedito. Solamente quest’anno abbiamo avuto la possibilità di ammirare Dumbo, Aladdin e, a partire dal prossimo 21 agosto, arriverà nelle sale italiane Il Re Leone. A differenza della distribuzione nel territorio nostrano, il film uscirà nelle sale statunitensi con un po’ di anticipo, precisamente il prossimo 19 luglio, approfittando così della data che segna il 25° anniversario dall’uscita del cartone originale nel 1994

Sui classici Disney potremmo stare a disquisire per ore, probabilmente settimane. Ma al netto delle classifiche personali in pieno stile “Alta Fedeltà” (un giorno vi parlerò anche di quanto ami Nick Hornby), posso tranquillamente affermare che Il Re Leone è una di quelle trasposizioni delicatissime, che possono diventare problematiche solo se si parla a un pubblico che con il cartone animato ci è letteralmente cresciuto. 

Scene iconiche, canzoni e personaggi sono rimasti impressi nel cuore degli appassionati, e la storia così “shakespeariana” scritta all’epoca dal trio Mecchi, Roberts e Woolverton risulta ancora oggi un caposaldo della narrazione animata. 

Con questa premessa doverosa, possiamo finalmente analizzare la pellicola diretta da Jon Favreau, già regista de “Il Libro della Giungla”. Il cineasta ha scelto la strada più semplice, ovvero quella che non punta a rivoluzionare un prodotto, bensì a costruirne una versione 2.0, con moltissime scene (quasi tutte, praticamente) riprese 1:1 e un paio di aggiunte qua e là -tra cui una simpatica citazione- che non hanno un peso sostanziale nella narrazione.

il re leone

Uno dei momenti più iconici, riprodotto fedelmente dall’originale.

Sin dal primo fotogramma seguito dall’iconico verso “Nants ingonyama bagithi baba” sono entrato in un turbinio di piacevoli ricordi, legati a momenti della pellicola (sia quelli allegri, quanto quelli tristi) che non sono mai usciti dal mio cuore di bambino cresciuto. 

I punti salienti della storia sono tutti lì: la nascita di Simba, il tradimento di Scar, la morte di Mufasa, l’incontro con Timon e Pumba, lo scontro tra Scar e Simba e ovviamente il dolcissimo momento in cui Nala e Simba si rincontrano dopo molti anni. Nessuno dei ricordi suddetti è stato minimamente intaccato dal regista, diventato famoso con Iron Man, e questa considerazione da sola è già da considerarsi un punto di merito a favore del lungometraggio.

Per circa due ore si entra in una sorta di bolla, come se il tempo si fosse fermato. Il ricordo del gelato mangiato mentre la videocassetta faceva echeggiare la voce di Ivana Spagna diventa ancora più vivido, e per alcuni momenti quasi ti dimentichi che davanti a te hai una versione non solo moderna, ma anche ultra tecnologica.

Luci e ombre di questo remake Il Re Leone, sebbene, come leggerete alla fine, sono le luci a trionfare, stanno proprio lì, in quell’elemento che sin dall’inizio ha fatto discutere la community: la CGI. 

Lo stile “National Geographic” adottato dalla produzione riesce a regalare momenti piuttosto intenti a livello visivo, non solo per la già sottolineata ottima modellazione, ma per una serie di scelte di regia che mi sono davvero piaciute poiché rispettose dei miei ricordi passati.

il re leone pumba

Per anni le migliori spalle della Disney

La CGI porta però a dei compromessi. Compromessi, e ci tengo a sottolinearlo, che sono NECESSARI per lasciarsi trasportare pienamente dalle emozioni. L’espressività che aveva caratterizzato i modelli disegnati a mano dell’originale vengono meno, inutile negarlo.

Nel film in “live action” (se così possiamo definirlo) tutte quelle sfumature che il cartone ci ha fatto apprezzare anche da adulti diventano paradossalmente, e purtroppo, meno efficaci di quelle del passato. Il personaggio di Scar (nonostante l’ottimo doppiaggio di Massimo Popolizio) perde un po’ della sua perfida malvagità; le iene sono quasi completamente inespressive; Simba e Nala sono quelli meno problematici a mio modo di vedere, ma appiattiti da un doppiaggio non proprio efficace. 

Ecco, questo è l’altro punto che volevo toccare. Soprattutto nei primi minuti della pellicola, ho fatto fatica ad accettare che questi animali così realistici parlassero. Sarà un retaggio del passato, oppure un lip sync non proprio perfetto (da rivedere e valutare in lingua originale), ma in alcuni momenti facevo davvero fatica ad associare la voce a quei modelli così belli da vedere.

Inoltre, e mi spiace dirlo, se da una parte troviamo degli ottimi personaggi doppiati come il già citato Scar,  a cui si aggiungono, Timon (Edoardo Leo), Pumbaa (Stefano Fresi) e lo stesso Mufasa (Luca Ward), ho trovato davvero inefficaci e poco profondi Marco Mengoni ed Elisa, ne panni rispettivamente di Simba adulto e Nala; troppo impostati nei momenti canori (non è un concerto, la scena va interpretata) e un po’ troppo “lettori di copione” nelle scene recitate. 

Io rimango dell’idea che lasciarsi rapire dalla pellicola e da scene che ci riportano dolcissimi ricordi provenienti dal passato, sia il modo migliore per gustarsi un film in grado. Con la scelta di un remake 1:1, Favreau ha fatto comunque centro, riuscendo ad emozionare lo spettatore. 

E questa cosa non è proprio “robina” da poco. Al netto delle esperienze  avute con i live action Disney di quest’anno, probabilmente Il Re Leone rimane la migliore.

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Giocatore onnivoro. Amante dei boardgame anche se non vince mai. Un amore smisurato per il cinema. Insomma, ho tutte le malattie di questo mondo. Con tanta dedizione, ed un po di culo, sono riuscito a farlo diventare il mio lavoro. Qui però posso sproloquiare alla grande.

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