C’è qualcosa di diverso nell’aria questa mattina.

Il vento del Nord che si infila nei resti ghiacciati della Mustang che mi ha abbandonato ormai da troppo tempo soffia più minaccioso che mai.

Faccio un passo indietro da quel che resta della piccola finestra del mio rifugio e sorrido.

Una fugace occhiata serve solo a confermare quanto già so.

Il cibo rimasto andrà bene solo per qualche giorno.

Se il Freddo non mi ammazzerà prima.

Già.

Il Freddo.

Prima di chiudere gli occhi per un sonno che spero quasi sia l’ultimo provo a pensare ai racconti del Vecchio.

Lui si che aveva visto il Sole.

Lui si che aveva sentito il tepore scaldargli la pelle.

Avete presente il calore di una scopata? Ecco, il Sole scalda mille volte di più!” gli piaceva cominciare così le sue storie, di fronte ad una platea che si era assottigliata sempre di più col passare del tempo.

Fino a che anche il tempo e il Freddo si erano portati via anche lui.

Il Freddo.

Sempre il Freddo.

Già…

Certo sarebbe bello provare il tepore del Sole anche se nessuno ha mai creduto ai racconti del Vecchio. Nessuno tranne i ragazzi. Per loro la speranza era ancora qualcosa da coltivare con grande cura e attenzione.

Sarebbero cresciuti, certo e avrebbero compreso l’amara verità: nessun Sole avrebbe mai inondato con i suoi caldi raggi né la terra né il mare né qualunque altra cosa.

Ma i ragazzi, così come il Vecchio e tutti i miei pazienti se n’erano andati. O semplicemente si erano arresi.

E forse era arrivato anche il mio turno.

Ho sonno. E’tempo di chiudere gli occhi.


I miei occhi si spalancano. Non penso di averlo voluto fare davvero. Non penso nemmeno di essere ancora vivo ma quando mi guardo intorno nella penombra lasciata dai riflessi della luna che fanno capolino nella capanna mi rendo conto che è notte.

E sono ancora vivo.

Perché mi sono svegliato? Aguzzo gli occhi e istintivamente mi avvicino alla finestra.

Una coppia di luci in lontananza. E un rombo scuro, potente.

Mi stropiccio gli occhi quanto basta per realizzare che le luci si stanno avvicinando e con loro anche il rombo.

Maledetti Wolves, alla fine mi hanno trovato.

Speravo di essere già morto prima del loro arrivo ma se devo andarmene allora lo farò combattendo. Devo solo ricordarmi di tenere un’ultima pallottola per me.

Tutto ma non la prigionia.

Meglio la morte delle Fabbriche di Carne.

Con movimenti dettati più che altro dall’abitudine afferro la mia borsa dei medicinali, inutile vessillo di un passato che ormai non serve più. A cosa serve un medico in una landa senza uomini ormai?

Controllo i proiettili, il CLICK del cane della pistola armato mi conforta più degli antibiotici che insisto a conservare con cura nella bisaccia.

Avanti bastardi, sono pronto


So bene che sono passati pochi secondi, ma l’eternità in confronto è sembrata uno schiocco di dita.

Una goccia di sudore si forma sulla mia fronte. Già, sudore. Se Dio esiste ha davvero un perverso senso dell’umorismo.

Sento il truck fermarsi e rumore di cinghie metalliche. Un portellone di sta aprendo ed è come se mille unghie stridessero contemporaneamente su una lavagna. Ma… ma quelle unghie le conosco!

Mi sporgo leggermente dalla porta e un sorriso ebete mi si stampa sul viso.

Altroché Wolves!

Maledetto figlio di puttana, ti sei nascosto bene eh!

Un’imponente figura alta quasi due metri si staglia nel bagliore dei fari. Non avrei mai pensato di rivederlo. Non dopo che ci eravamo separati qualche anno prima. Lui alla ricerca di un miraggio, di una salvezza a volte sussurrata davanti ai fuochi dei campi. Io, sempre alla ricerca di salvare vite di fronte all’inevitabile. Altro che Don Chisciotte e i suoi maledetti mulini a vento…

Capitano Kurt! Che diavolo ci fai da queste parti? Non ti hanno insegnato che con il Freddo non è saggio andare in giro? Ti si possono congelare le palle” – gli grido uscendo con calma dalla baracca mentre il mio sorriso si trasforma in una vera e propria risata.

C’è poco da ridere Hector. L’Aurora! L’Aurora esiste davvero e sta per salpare. E noi salperemo con lei!

L’Aurora! L’AURORA!!!

Mi paralizzo dallo stupore, sento la mascella quasi staccarsi da quando ho spalancato la bocca ma una rapida occhiata a Kurt mi fa capire che c’è poco da scherzare. E’tempo di partire. D’altronde che cos’ho da perdere?

Mi volto per una rapida occhiata alla capanna che mi ha ospitato nelle ultime settimane. L’ho sempre odiata ma non volevo ammetterlo nemmeno con me stesso, forse temendo una qualche sorta di vendetta trasversale di quelle quattro assi mal combinate. Non mi serviva neppure rientrare. La pistola su un fianco e la borsa con i ferri del mestiere e le medicine all’altro.


Sali presto, non c’è davvero un attimo da perdere… e poi c’è una piccola sorpresa” dice Kurt nascondendosi dietro un lieve ghigno mentre il portellone della vecchia Betsy si spalanca per accogliermi nelle sue accoglienti braccia  di metallo.

Non vorrai dire che…” – non riesco a terminare la frase che il mio sguardo si sposta verso il posto di guida e la vedo.

Sofia, sorella di Kurt. Ancora bellissima come la ricordavo o forse di più.

In un altro mondo e in un altra vita mi piace pensare che io e lei avremmo avuto un futuro insieme e forse anche lei ha pensato qualche volta lo stesso.

Mentre avvia rumorosamente il motore, inserendo una marcia che gratta come un cane rabbioso si volta fugacemente verso di me e mi rivolge un sorriso affettuoso “Ciao Hector, è bello rivederti. Adesso siediti e stai ad ascoltare Kurt, hai bisogno di essere aggiornato”.

Prendo posto su una delle sedute di fortuna inchiodate sul fondo della vecchia Betsy. Un vecchio sedile di un autobus affiancato ad una poltrona che ormai ha dimenticato quasi tutto il velluto che la avvolgeva.

Mi guardo intorno velocemente. Per quanto Betsy sia sempre stata un “work in progress” (non dimenticatevi MAI che per sopravvivere là fuori o ci si adatta o si muore) ha sempre mantenuto la sua identità e il suo calore umano.

Mi vengono gli occhi lucidi al pensiero che probabilmente Betsy è la cosa più vicina a quello che potrei definire “casa”.

Kurt si siede di fianco a me e mentre mastica il suo immancabile avanzo di sigaro mi tira una poderosa pacca sulla spalla, cominciando a parlare.

L’Aurora Hector. L’avresti mai detto?” – dice indicandomi una vecchia radio AM che gracchia insofferente dal fondo di Betsy.

Stanno continuando a trasmettere da qualche giorno. Sono attraccati a Sud e stanno per partire. Sofia ha fatto due conti e sembra che abbiamo poco meno di una settimana di tempo per raggiungerla

Mi alzo dal sedile, dimenticando di tenermi ad una delle mille maniglie che affollano Betsy e per poco non finisco col culo a terra a seguito di una buca.

Sento Sofia ridere. “Tieniti Hector, sei tu il medico e di certo non vuoi che io o Kurt ci occupiamo di te se ti rompi qualcosa

Annuisco arrossendo mentre mi muovo verso la radio.

….Aurora… stiamo partendo… 300 posti… sbrigatevi… fate attenzione… wolves

Il messaggio si ripete ininterrottamente fra i brusii della radio e il battito del cuore presto sovrasta i rumori elettronici.

Siamo salvi! Penso fra me e me. Ma una rapida occhiata a Kurt e al paesaggio ghiacciato che scorre sotto le ruote cingolate della vecchia Betsy mi riporta alla realtà.

La strada è lunga e il Freddo corre veloce, quasi quanto i Wolves.


Sono passati quasi due giorni ormai da quando Kurt mi ha arruolato nuovamente nel suo equipaggio. Due giorni in cui non sono riuscito a chiudere occhi, vuoi per l’eccitazione di quanto sta succedendo vuoi perché il mondo là fuori non perdona il riposo.

Come un’amante bizzosa la vecchia Betsy sbuffa e annaspa sotto le sapienti mani di Sofia.

Ogni tanto mi ritrovo imbambolato a fissarla. La rossa chioma agitata più dai suoi movimenti frenetici che dalle gelide fitte che inevitabilmente accarezzano pungenti il suo volto.

I ritmi di guida sarebbero insostenibili ai più ma Sofia non è come gli altri e io faccio del mio meglio per non lasciare che la stanchezza si impossessi dei suoi occhi e delle sue braccia.

Kurt invece passa quasi tutto il suo tempo fra chiavi inglesi e saldatori, riparando e modificando la nostra unica speranza di salvezza.

Com’era intuibile, il nostro viaggio dapprima solitario si è arricchito di altri mezzi più o meno di fortuna che incrociamo con lo sguardo fra le dune di ghiaccio che solchiamo in un mare di gelo.

Anche i Wolves devono aver ricevuto la notizia che l’Aurora sta salpando ma a loro non fotte niente della salvezza.

Quegli animali vogliono solo il sangue. Pazzi invasati alimentati dalle radiazioni che hanno invaso il pianeta. La violenza è l’unico Dio che riconoscono.

Oggi siamo stati attaccati da un piccolo cargo, ma Betsy ha tenuto botta.

Adesso Kurt sta analizzando i resti del veicolo, sempre alla ricerca di nuovi aggeggi per migliorare il nostro trasporto.

Ammetto di non essere stato particolarmente sorpreso quando la sua voce rauca mi ha chiamato dal piccolo walkie talkie lasciato su Betsy mentre lui si occupava dei rottami dei Wolves.

Hector vieni, abbiamo un Sopravvissuto”.

Affacciato ad uno dei finestrini corazzati di Betsy, scorgo la figura di Kurt mentre sorregge un’esile figura femminile. Osservandola meglio mentre mi avvicino, mi accorgo che il suo corpo denutrito e malmenato è coperto solo da alcuni stracci luridi mentre il suo sguardo allucinato racconta più di quanto si voglia sapere di cosa le hanno riservato fino ad ora i Wolves.

La aiuto a salire su Betsy mentre do uno sguardo veloce alle sue ferite.

A parte un principio di ipotermia e a diverse contusioni esternamente la donna non è così messa male. Certo, questo non si può dire per il suo stato mentale.

Ci fissa terrorizzata, senza muovere un muscolo se non per respirare a malapena. Non proferisce parola (cosa che non cambierà fino alla fine, peccato, mi sarebbe piaciuto sentire il suono della sua voce) ma dentro di sé probabilmente sa che ora è al sicuro.

O almeno che il peggio se l’è lasciato alle spalle.


I giorni passano veloci.

Se penso all’immobilità del tempo nel mio ultimo periodo passato da solo nella baracca, mi sento già in salvo, anche se l’Aurora rimane ancora un miraggio.

Poter essere utile, passare del tempo a contatto con Kurt e Sofia e perché no, con la silenziosa Sopravvissuta mi ricorda come ci si sente a essere vivi.

Certo non c’è un attimo di riposo.

La donna assorbe quasi tutto il mio tempo per le sue cure e il resto della giornata lo passo sulla torretta in cima a Betsy, pronto a intervenire per quei maledetti Wolves.

Già proprio loro.

Gli attacchi si sono fatti più frequenti ma la vecchia Betsy, soprattutto grazie ai pezzi recuperati da Kurt dalle carcasse dei mezzi distrutti al nostro passaggio, sembra quasi ridere e cantare sotto il suono delle mitragliatrici che falciano sul nascere le velleità predatorie di questi animali, godendo nel trascinare all’Inferno le anime di quelle bestie senza Dio.

Durante una breve pausa, io e la Sopravvissuta, siamo andati in cerca di cibo e soprattutto di carburante.

Siamo stati fortunati. Un piccolo deposito nascosto sotto un paio di metri di neve ci ha dato proprio ciò che ci serviva.

Tornando verso Betsy però, ho intravisto uno strano bagliore verde fra i cristalli di ghiaccio smossi dai piccoli passi della Sopravvissuta che camminava dinanzi a me.

I peli sul collo mi si sono irrigiditi, questa volta non a causa del Freddo sempre più pungente.

Dio ti prego, non ora, non adesso, non così…


Questa mattina ho un tremendo mal di testa, e non sono più solo i pensieri su quello che ci è accaduto qualche giorno fa. La faccia che vedo allo specchio non mente, né le gocce scarlatte che imperlano la mia mano dopo ogni colpo di tosse.

Devo parlarne con Kurt, e con lui solo.

So quello che mi attende, so che l’Aurora mi guarderà da lontano mentre la saluterò in attesa dell’ultimo Freddo, ma ho ancora del lavoro da fare.

Sofia ha bisogno di me, non posso lasciarla sola proprio ora che il traguardo è così vicino…

La Sopravvissuta mi guarda laconica dal fondo di Betsy. Penso che dentro di lei sappia cosa ci sta succedendo ma questo non la turba. Di certo dopo i Wolves difficile immaginare qualcosa che la possa spaventare di più.

Devo tenere duro, ancora un paio di giorni. Ancora… un paio… di giorni…


Devo essermi appisolato. Vuoi per la stanchezza o per quello che mi sta succedendo ma faccio davvero fatica a tenere aperti gli occhi.

Socchiudo gli occhi e vedo Kurt mentre si sta inerpicando sulla torretta. Ha uno sguardo preoccupato, come non lo vedevo da anni.

I gemelli!” – sibila a denti stretti, soffocando una bestemmia mentre impugna il pesante mitra sul tetto di Betsy.

Lancio una veloce occhiata a Sofia. Vedo solo la chioma rossa muoversi disperata mentre la mia valchiria sbuffa e impreca, evitando cumuli di neve e ghiaccio mentre il suono di pallottole fischia nelle mie orecchie.

I gemelli! Quei due psicopatici sono quasi una leggenda fra i Wolves e se sono qui non è certo per regalarci un mazzo di fiori.

Rivolgo un gesto alla Sopravvissuta.

Ora o mai più.

Betsy ormai è un cingolato pesantemente armato e c’è posto anche per noi due fra gli armamenti pesanti, gentile omaggio dei Wolves che hanno provato a mettersi fra noi e l’Aurora.

Mi stupisco nel vedere che anche la Sopravvissuta sembra a proprio agio con quell’arma pesante fra le sue mani.

Finisce tutto molto in fretta. Per quanto l’abilità balistica dei Gemelli sia invidiabile, la potenza di fuoco di Betsy e la capacità di Sofia al volante sono davvero troppo per loro.

Ma il tempo scorre veloce. E se i Gemelli sono sulle nostre tracce anche LUI sarà qui a breve.

Mi volto verso la Sopravvissuta che chiaramente non sta molto bene. Con la canna del mitra ancora fumante fra le mani, la testa si è posata dolcemente sulla spalla e gli occhi socchiusi mi chiamano silenziosamente.

Mi avvicino e le tocco il polso esaminando la pupilla. Non c’è più nulla da fare, io lo so e mi rendo conto che lo sa anche lei. E soprattutto siamo entrambi sulla stessa barca e non è l’Aurora…


Mi sento sfiorare i capelli.

Con fatica apro gli occhi e vedo Sofia che mi guarda sorridendo dolcemente, ma senza che il velo di lacrime che giace sul fondo dei suoi occhi possa passare inosservato.

Ce l’abbiamo fatta Hector! L’Aurora! Siamo qui!

Trattengo a stento un singhiozzo, non so neppure io se di gioia o disperazione. Sulla parte posteriore di Betsy, avvolta da alcune coperte, giace il corpo della Sopravvissuta.

Freddo e immobile.

Prima di andarsene mi ha detto di darti questo” – Sofia mi porge un piccolo fiore di ghiaccio, intagliato con insospettabile maestria dalle sue piccole dita minute.

La sua ultima parola è stata – Grazie –” Sofia non prova più neppure a trattenere le lacrime, che so essere non solo per la fine della Sopravvissuta.

La guardo negli occhi, chiudendole la mani in un pugno mentre le appoggio il fiore di ghiaccio sul palmo.

Portala con te, ti ricorderai di me

Come se servisse uno stupido fiore per farlo…” dice fra i singhiozzi.

Chiudo gli occhi, il suo volto incorniciato dalla chioma rossa che mi accompagnerà per sempre ormai.

In lontananza sento un suono, come di canne d’organo che compongono una meravigliosa melodia.

E’l’Aurora Sofia, ce l’abbiamo fatta”.

Si Hector, ce l’abbiamo fatta” dice mentre posa una mano sul mio viso accarezzandomi dolcemente mentre lascio entrare il Freddo che mi accompagnerà nel mio ultimo sonno.

Ce l’abbiamo fatta

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Onnivoro fumettofilo. Appassionato di cinema horror e di Hitchcock. Videogiocatore da divano. Gli piaccioni i mostri.

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