Seguito diretto del reboot di Godzilla del 2014 targato Gareth Edwards, Godzilla II – King of the Monsters riparte esattamente dalle vicende del primo capitolo.

Sono passati cinque anni dalla catastrofe che ha devastato Las Vegas e San Francisco cambiando per sempre la storia umana, e il mondo sta ancora venendo a patti con una tremenda verità: i mostri – anzi i Titani, come vengono identificati nel film – non soltanto esistono ma sono anzi minacciosamente reali.

La Dottoressa Emma Russel (Vera Farmiga) lotta con coraggio per ricostruire i cocci di una famiglia segnata dall’attacco dei Kaiju: nell’incidente di San Francisco ha infatti perso la vita suo figlio, e a farne le spese è stato l’equilibrio del suo matrimonio, tra un marito e collega (Kyle Chandler) rifugiatosi nell’alcool e una figlia (Millie Bobby Brown) alle prese con un’adolescenza complicata.

Hey, ma quella è Undici!

Emma non si è ad ogni modo persa d’animo, gettandosi a capofitto nel lavoro per sfuggire all’amara realtà: Godzilla sembra essere ritornato negli abissi dopo l’uccisione di MUTO, e i diciassette titani dormienti scoperti in giro per il Globo sono tenuti sotto strettissimo controllo da lei e da altri scienziati della Monarch, l’agenzia cripto-zoologica che si occupa di studiare i Titani.

A giocare un ruolo chiave in tutto ciò è ORCA, un dispositivo a ultrasuoni inventato dai coniugi Russel e pensato per comunicare con i mostri: è grazie a questa sofisticata tecnologia che le creature possono essere tenute sotto osservazione, gestite ed eventualmente persino calmate, nell’ancora incerta ipotesi di provare a far convivere la nostra razza con i legittimi padroni del Pianeta.

L’attacco a un avamposto Monarch in Cina da parte di un manipolo di eco-terroristi capitanati da Charles Dance (sempre superbo e magnetico ogni volta che entra in scena, al netto di un minutaggio purtroppo alquanto ridotto) fa tuttavia improvvisamente precipitare la situazione di precario equilibrio, scatenando il caos: il gruppo di ribelli rapisce la Dottoressa Russell insieme alla figlia Madison, impossessandosi di ORCA per risvegliare Ghidorah, il leggendario predatore zero segretamente imprigionato nei ghiacci dell’Antartide.

Charles Dance ha una marcia in più rispetto agli altri membri del cast

Ed è proprio a quel punto, dopo un inizio comunque tutto sommato godibile che sembra preparare il terreno per un’ora e mezza di galvanizzante azione a testa bassa e cervello spento, che per assurdo iniziano a presentarsi i problemi di Godzilla II.

A dispetto di quanto abbiano suggerito certe dichiarazioni pre-lancio e lo spettacolare marketing promozionale, il focus della pellicola di Michael Dougherty (già regista dell’horror Krampus) resta infatti inspiegabilmente ancorato alle vicende umane, con i poderosi titani che continuano a rimanere relegati sullo sfondo.

Per carità, senza l’effetto vedo/non vedo del primo episodio – che per quanto alle volte quasi eccessivo aveva comunque il merito di creare grande attesa, di stuzzicare, di fare da traino a un finale roboante in cui si scatenava tutta la furia atomicamente primordiale di Godzilla – ma ad ogni modo con non abbastanza interazioni belligeranti tra mostri. Ovvero esattamente ciò che ci si potrebbe aspettare da un seguito infarcito di bestiacce che dovrebbero darsele di santa ragione dall’inizio alla fine, seminando nel frattempo distruzione e morte senza curarsi dell’insignificante prospettiva umana.

E qui non resta che girarsi e andare dall’altra parte.

Il rimpianto diventa insomma doppio, sia perché i personaggi hanno spessore pari a zero, con il tipo di scrittura blanda, piatta e banale che ci si aspetterebbe da un film simile (e che per l’appunto non manca, con tanto di irrinunciabili scelte assurde o situazioni ben poco logiche che riguardano i protagonisti), sia perché quando le creature sono al centro della scena lo spettacolo è assicurato, tra effetti speciali galvanizzanti e un sapiente uso di una fotografia capace di regalare tre/quattro passaggi davvero memorabili – su tutti l’inconfondibile silhouette di Ghidorah, che dalla cima un vulcano in Messico si contrappone, con un sublime profilo mefistofelico che richiama alla memoria il Grande Drago Rosso di William Blake, al crocifisso sulla sommità di una chiesa.

È allora un peccato che ci si dilunghi in questioni tipicamente umane non solo mai appassionanti ma a tratti quasi apertamente noiose, sprecando peraltro un cast di primo piano con una sceneggiatura incapace di coinvolgere o di lasciare il segno: il messaggio ecologista c’è ma risulta appena accennato, così come troppo poco incisive sono le timide  riflessioni sulla famiglia, sulla fede o sul significato del perdono, francamente incapaci di andare al di là di qualche battuta recitata senza particolare convinzione.

E se nel farlo si finisce per sottrarre prezioso – e senza dubbio costosissimo – screen time a Godzilla e al resto della preistorica compagnia, la colpa diventa non proprio trascurabile. Anche perché a risentirne è il ritmo di un film che invece di scatenare adrenalina senza soluzione di continuità si fa altalenante, ondivago, fatto di brucianti accelerate ma anche di pause un po’ mosce.

Lo screen time di Godzilla doveva essere sicuramente superiore.

Una durata nettamente più contenuta (magari attorno ai cari, vecchi novanta minuti di un tempo, invece degli oltre centotrenta per cui si è optato…), un montaggio più serrato e una maggiore esposizione lasciata solo e soltanto ai mostri, vale a dire quelli che dovrebbero essere gli indiscussi protagonisti di una pellicola simile, avrebbero sicuramente giovato parecchio a Godzilla II – King of the Monsters.

Quel che resta in definitiva è un film comunque piacevole e divertente, che tuttavia lascia l’impressione di un colossale potenziale almeno in parte inespresso. Un paradosso non da poco per un lucertolone che si alimenta e combatte sprigionando micidiali ondate di energia atomica.

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