Lunghi respiri di aria pulita. Ossigeno che esplode nei polmoni. Raggi di sole che accarezzano una pelle pallida. Quella sensazione di essere finalmente liberi, lontani dalle asfissianti costrizioni della Metro di Mosca.

Stiamo parlando di un videogioco, è vero, ma ammetto di essermi emozionato in più di un’occasione nelle circa venti ore che mi hanno portato alla conclusione di Metro. Vedere Artyom riuscire a realizzare quel folle sogno di scoprire il mondo là fuori, convinto che oltre alla Metro ci sarebbe stato molto di più da scoprire, è già di per sé una di quelle cose che, se siete amanti della saga letteraria, può solo mettere i brividi.

UN ANNO DI PERIPEZIE

Ed è proprio di questo che parla Metro: Exodus, terza incarnazione (ultima?) della saga survival/FPS sviluppa da 4A Games e ispirata alla serie di romanzi post apocalittici scritti da Dmitry Glukhovsky, un grande racconto su quello che succede al di fuori della Metro di Mosca, in una terra che, nonostante i sogni di Artyom, rimane davvero inospitale.

Inutile stare a soffermarmi su pregi e difetti di cui tutti hanno già parlato. Luci e ombre che in larga parte condivido con i miei colleghi. Proprio per questo provo a raccontarvi quello che ho provato io giocando a Metro: Exodus.

L’apertura a dei mini open world da parte del team di sviluppo è stata sicuramente una scelta coraggiosa, di rottura se pensiamo alla struttura lineare e claustrofobica dei primi due episodi. Molti hanno lamentato che l’idea di uscire dalla Metro, e portare l’avventura in uno spazio aperto, spesso soleggiato e lontano dalle mortali radiazioni, ha snaturato la saga.

Una scelta che, personalmente, ho invece reputato in parte vincente, grazie ad una caratterizzazione estetica convincente ed un level design in grado di esaltare i tratti survival del prodotto. Perché se è vero che quando Artyom e soci restano sempre più convincenti nei tanti passaggi chiusi e angusti che regala questa terza incarnazione, è altrettanto corretto segnalare che nelle mini mappe che ci troveremo ad esplorare, trova terreno fertile quel concetto di puro “survival” che mi ha davvero rapito.


Ed è proprio questo l’elemento che più mi ha convinto dell’intero pacchetto: la sensazione di essere sempre a corto di munizioni, la necessità di evitare spesso e volentieri la violenza o spegnere quella maledetta torcia per evitare di essere scoperti da qualche mostro pericoloso. Non so corre (quasi) mai nel mondo di Metro, perchè tra predoni, folli predicatori e mostri: tutto deve essere prima di tutto evitato, e solo in seconda battuta sconfitto.

Il crafting, per quanto elementare, è efficace e contribuisce a trasmettere quella sensazione di sopravvivenza che permea, dall’inizio alla fine, tutta la durata della campagna. E poi c’è la narrazione.

Ho sempre pensato, e ne rimango convinto anche dopo aver giocato questo capitolo, uno dei punti di forza di questa serie è indubbiamente la storia. Una struttura narrativa che avvalora le gesta degli Spartani; caratterizza ogni singolo personaggio – umano e non – di questo mondo che è più che mai vivo, intriso di false speranze, disperazione e tanta voglia di sopravvivere e ripartire ad una ecatombe nucleare. La figura di Miller, l’amore tra Anna e Artyom, il carattere dei commilitoni e le nuove figure che entrano all’interno di questo capitolo, tutto è al suo posto, spiegato, raccontato fatto vivere come si fosse parte di quella spedizione.

E tutto questo, per quanto non sia mai stato raccontato nei libri, rende meno strana la presenza di sabbia, solo rovente, foreste rigogliose e paesaggi da mozzare il fiato. Il tutto esaltato da una componente visiva che, su Xbox One X, spinge al massimo le potenzialità della console.

Peccato, e lo dico con un po’ di rammarico, per quella IA che davvero non funziona. Circoscritta, quasi scriptata, spesso in grado di rendere fin troppo semplicistico l’approccio stealth (sempre preferibile, lo ribadisco, a quello action). Se si fosse lavorato meglio sotto questo aspetto, si avrebbe tra le mani un gioco che al posto di essere solamente affascinante, sarebbe diventato anche sfidante.

Un plauso anche alla localizzazione italiana, fondamentale per la profondità di cui parlavo poco sopra, anche se la mancanza di un lip sync corretto, a volte destruttura un po’ il pathos del momento.

Insomma, quello di Metro: Exodus è un esodo che chiude una storia epica e affascinante; una storia che mostra un lato inedito e diverso della saga, ma che rimane coinvolgente e divertente. Se avete giocato gli altri due, non lasciate Artyom sul più bello, e vivete insieme a lui un’avventura da respirare finalmente a pieni polmoni.

PRO & CONTRO

+Bella storia e ben raccontata
+Si crea empatia con Artyom
+Il mondo è vivo e funzionale…

-…ma purtroppo governato da una IA a volte deficitaria
-Qualche bug qua e là


8.5 RADIOATTIVO

Metro: Exodus ribalta alcuni concetti della saga, e pur dimostrando di dare ancora il meglio di sé in ambienti chiusi e angusti, questa apertura open world è stata bene gestita dal team di sviluppo. Divertente, appagante, teso e ben raccontato. Al netto di un’IA non proprio brillante, un capitolo conclusivo che merita di essere giocato.

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About Author

Giocatore onnivoro. Amante dei boardgame anche se non vince mai. Un amore smisurato per il cinema. Insomma, ho tutte le malattie di questo mondo. Con tanta dedizione, ed un po di culo, sono riuscito a farlo diventare il mio lavoro. Qui però posso sproloquiare alla grande.

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