Ridendo e scherzando sono quasi 20 anni che aspetto il momento di poter vedere, sullo schermo di un cinema, la trasposizione di uno dei manga che ho amato tantissimo nella mia vita, ossia Battle Angel Alita.

La storia dell’eroina creata da Yukito Kishiro (di cui abbiamo parlato in questo articolo di quasi 3 anni fa) ha superato molteplici difficoltà prima di vedere la luce sul grande schermo, dato che James Cameron dovette mettere da parte il progetto di trasposizione del manga per colpa di una “cosina” chiamata Avatar. Il tempo passato ha permesso comunque a quest’ultimo di trovare in Robert Rodriguez (il papà del Sin City cinematografico) una persona valida a cui affidare questo progetto molto ambizioso, senza correre il rischio di fargli perdere la sua anima.

I toni rassicuranti di questa premessa lasciano intendere che sotto sotto, come spesso accade in questi casi, qualcosa potrebbe non accontentare proprio tutti.

CHI SONO IO?

26° secolo: la Terra è ormai irriconoscibile. Una grande guerra ha spazzato via tutte le città fluttuanti lasciandone in piedi solo una: Salem. Ai piedi di questo gioiello dell’ingegneria futuristica nasce la Città di Ferro, un agglomerato urbano che vive degli scarti della ricca città che lo sovrasta.

Qui facciamo la conoscenza di Daisuke Ido (Christoph Waltz), un chirurgo cibernetico che si aggira nella mega discarica, al centro della città, per recuperare pezzi utili da utilizzare nel suo lavoro.

Durante il suo solito giro di raccolta, Ido riesce a trovare qualcosa di veramente inaspettato, ovvero i resti del corpo di una ragazza cyborg che ha subito gravissimi danni strutturali, mentre il suo cervello sembra essere intatto e in fase di “stasi”. Ido la soccorre e le dona un nuovo corpo, ma una volta risvegliatasi si scopre che quest’ultima ha perso ogni memoria del suo passato.

Qui inizia l’avventura di Alita, nome che le viene dato da Ido in onore della figlia morta qualche anno prima. Non avendo alcun ricordo del passato, Alita comincia a imparare da tutto quello che la circonda passo dopo passo, proprio come un infante che muove i primi passi fuori di casa. Il suo apprendimento la porta a esplorare ogni stranezza della Città di Ferro, facendogli conoscere anche diversi intrattenimenti diversi tra loro come il Motorball (lo sport più in voga del 26° secolo, con tanto di Guido Meda al commento tecnico nella versione italiana) o persino l’amore.

E’ proprio durante questa sua crescita che Alita (Rosa Salazar) conosce Hugo (Keean Johnson), un ragazzo per cui prova subito una certa “simpatia” (ampiamente contraccambiata). Hugo ha un sogno, molto comune per chi vive nella Città di Ferro: lasciare la discarica ad ogni costo e raggiungere la città fluttuante di Salem.

Ma la vita nella Città di Ferro non è facile: in un mondo di povertà e miseria (per la maggior parte degli abitanti) vige come sempre la legge del più forte e combattere è purtroppo spesso necessario. Alita scopre di essere in grado di usare un’antica arte marziale ritenuta perduta, la Panzer Kunst, ideata per combattere avversari pericolosi come i criminali che infestano la Città di Ferro.

Volente o nolente, quest’ultima si ritrova quindi a dover combattere per la propria vita e per proteggere quella dei suoi cari, come Ido e Hugo, visto che tra l’altro un’organizzazione criminale la vuole morta per poter sfruttare la tecnologia nascosta all’interno del suo corpo. La trama dell’opera disegnata da Kishiro propone anche una particolare riflessione sul rapporto uomo-macchina, ma anche sul significato che la città di Salem ha in questo mondo martoriato dagli eventi.

CHE OCCHI GRANDI CHE HAI…

Se abbiamo dovuto aspettare tanto per vedere Alita sul grande schermo la colpa è in parte degli impegni di Cameron che, come ho accennato qualche riga sopra, ha avuto il suo gran da fare dietro al successo di Avatar. La sua dedizione al progetto Alita non ha comunque vacillato, ed è forse un bene vederlo ai giorni nostri piuttosto che qualche anno fa, se non altro perché la tecnologia computerizzata che possiamo vantare oggi permette un realismo decisamente più in linea con il progetto ambizioso di trasposizione dell’opera manga.

Abbiamo aspettato 30 anni per vedere qualcosa al cinema, ma dal punto di vista puramente visivo posso solo urlare MENO MALE!

Come spesso accade, molte produzioni di Cameron hanno portato la tecnologia nel mondo del cinema a uno step successivo. La CGI usata in Alita è un piacere per gli occhi, coadiuvata dall’uso sapiente di inquadrature e slow motion capaci di rendere le scene di combattimento, e le sequenze del Motorball, semplicemente fantastiche (merito sicuramente della mano sapiente di Rodriguez per le scene più action).

Anche i tanto famigerati occhi giganti di Alita (su cui sono nate polemiche su polemiche fin dai primi trailer) passano in secondo piano davanti a questo spettacolo, visto che ben si adattano a tutte le meraviglie che il mondo degli innesti cibernetici può fornire.

Mi preme segnalarvi come in alcune scene del film siano state prese, e riportate, le vignette del manga in maniera del tutto fedele, segno di una cura intelligente che Cameron (per quanto sia Rodriguez dietro la macchina da presa, considero il regista di “Titanic” e “Avatar” il vero “padre” di questo film) ha usato per accompagnare anche i fan più accaniti del manga alla visione dell’opera cinematografica.

Per stessa ammissione di Cameron gli eventi dei primi 4 volumi del manga sono un po’ “mischiati” per necessità, visto che il ciclo del Motorball avviene nei volumi 3 e 4 mentre la storia mostrata nel film finisce con gli eventi che si concludono nel secondo volume del manga. In questo film si trovano anche alcune contaminazioni prese direttamente dall’OAV, come la presenza della cyberdottoressa salemita Chiren (Jennifer Connelly) o la presenza di Grewcica (Jackie Earle Haley) come villain al posto di Makaku e Kinuba.

Trovo comunque che queste modifiche che non influenzano in maniera significativa l’andamento della storia e il suo scopo, ovvero quello di mostrare la crescita di Alita da ragazzina senza ricordi a donna sicura dei propri mezzi, e soprattutto con un obiettivo ben preciso.

Il film di Alita ci pone di fronte a una di quelle domande esistenziali che da sempre sono presenti nel genere fantascientifico: cosa significa essere umani?

Questa domanda è stata proprio posta da Jon Landau (produttore di Titanic e Avatar) che in un’intervista ha sempre dichiarato che non vedeva l’ora di vedere la reazione e la risposta del pubblico a questo quesito.

In una scena visibile nel trailer Hugo definisce la ragazza cyborg la persona più umana che conosca perché Alita mostra un’amore puramente altruistico e genuino, sentimento che sembra ormai scomparso dal cuore di persone in carne ed ossa, spinte solo dall’istinto di sopravvivenza più abietto, capace persino di prevaricare il prossimo anche con l’utilizzo della violenza.

Il grande difetto (o forse un pregio, visto dagli occhi di un fan) è quello di lasciare quel tipico finale aperto complice di un riutilizzo della licenza per qualche sequel/trilogia. Noi fan sappiamo bene che non poteva andare diversamente, considerando che sono stati usati solo 4 dei 18 volumi che compongono l’opera di Kishiro.

La risposta al box office da parte dell’utenza sarà il proverbiale “ago della bilancia” utile a capire se vedremo uno, o più sequel (per finire al meglio l’opera sarebbe auspicabile una trilogia), ma Cameron e Rodriguez si sono voluti lasciare questa porta aperta perché credono fortemente nel progetto Alita.

PERCHE’ VEDERLO?

Il film di Alita è godibile sia dai fan che non. Per i primi sarà bellissimo vedere su schermo alcune delle immagini che avranno visto e rivisto decine di volte sfogliando gli albi del manga, anche se storceranno un po’ il naso su alcune scelte compiute per far rientrare l’arco narrativo dei primi 4 volumi in un singolo film.

Lo spettatore completamente ignaro dell’esistenza di Alita, al contrario, si troverà davanti agli occhi un film capace di intrattenere senza sosta almeno due dei cinque sensi per oltre 120 minuti di pellicola. Per diritto di cronaca, la visione è comunque consigliatissima!

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Spazia in tutti i campi dell'universo nerd: videogiochi, comics, manga, serie tv, board game, GDR senza tralasciare una vera e propria ossessione per il calcio (e il fantacalcio) e altri sport in maniera minore. Cosplayer a tempo perso, talvolta si ricorda anche di lavorare e molto più raramente di dormire.

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