Questo mese il binge watching su Netflix è cominciato nel disastro più totale. Dopo essermi cavato gli occhi alla conclusione di Velvet Buzzsaw, ho sentito l’irrefrenabile bisogno di passare un po’ di sale grosso aromatizzato al peperoncino nelle -ormai- vuote cavità dei bulbi oculari, perché mi sono guardato tutto d’un fiato la serie televisiva Nightflyers, ispirata al racconto sci-fi horror scritto da George R.R. Martin.

Guardatelo con quel faccione…non farebbe del male ad un mosca…

Ho iniziato la visione attirato dai miei demoni interiori, visto che buona parte del trailer mostrato durante la pubblicazione mi aveva ricordato fin troppo bene quel capolavoro partorito da Paul W.S. Anderson nel 1997 intitolato Event Horizon. Gli elementi similari sembravano esserci tutti: un’astronave si trova alla deriva nello spazio profondo e i suoi piloti, non si capisce bene come e perché, finiscono per giocare a nascondino col morto ammazzandosi malamente a vicenda.

La prima connessione neurale ha creato il ponte di collegamento, facile a dirsi, ma la deviazione imprevista nel centro del piacere del mio cervello (quello fissato con la “dimensione di puro male”), ha creato nel mio cervello quell’aspettativa genuina e malsana, che anche tutta la critica analitica del mondo fa fatica a combattere lucidamente.

È così che il palinsesto di citazioni si sono fuse insieme creando un mostro fichissimo, frutto di quel mondo perfetto dove ci sarebbero state influenze demoniache, mondi spaziali corrotti dal caos e tanto, tantissimo, sangue.

Che ve lo dico a fa?! Purtroppo, mi sbagliavo!

PUNTO DI NON RITORNO

Il primo episodio della serie è forse quello potenzialmente più interessante tra quelli proposti, dato che inizia con un uomo armato di ascia intento a seguire una donna, pronto verosimilmente a trasformarla in spezzatino da servire sulla nave spaziale. La Nightflyers viaggia nello spazio alla ricerca di una forma di vita aliena ai confini del sistema solare, che dovrebbe avere la chiave necessaria per curare un virus che sta decimando la popolazione sulla Terra.

L’inizio caotico del racconto parte in modo interessante perché sfrutta l’escamotage del flashback, così da creare in qualche modo aspettativa nei confronti del primo evento, o serie di eventi, che hanno scatenato il caos a bordo dell’astronave. È qui che facciamo la conoscenza dei membri fondamentali dell’equipaggio: il capitano Eris (David Ajala) nato e vissuto sulla nave senza mai abbandonarla, lo scienziato D’Branin (Eoin Macken) a capo del progetto di comunicazione con la razza aliena, accompagnato dalla proverbiale “carne da macello” composta dallo xenobiologo Rowan (Angus Sampson), la tecnica con impianti cibernetici Lommie (Maya Eshet), una donna geneticamente modificata di nome Melantha (Jodie Turner-Smith) e in ultimo, per chiudere il cerchio, la psichiatra Agatha (Gretchen Mol).

Ah, c’è pure un adolescente telepate di nome Thale (Sam Strike), in pratica un ragazzo che fa parte di un fronte evoluto di umani capaci di generare visioni nelle persone che li circondano grazie all’utilizzo della propria mente.

L’insalata ricca composta da elementi eterogenei utili a renderla appetibile è pronta per essere servita, come si suol dire, peccato però che durante la visione delle dieci puntate che compongono la serie la maggior parte della narrazione principale finisce per morire lentamente, prendendo spesso la tangente in direzione nel mare della banalità. Tante linee narrative buttate qui e là nel corso della serie non fanno altro che allontanare lo spettatore dal focus centrale della vicenda, spesso distraendolo in modo inutile con sfaccettature che possono in qualche modo approfondire il background di qualche personaggio, senza però integrarlo con la vicenda.

Tanto per fare un esempio, uno dei personaggi può inserirsi nel computer della nave grazie ai suoi innesti cibernetici e compie diversi passaggi importanti, a livello di personaggi, che però non hanno il minimo impatto con lo svolgimento della storia.

Questo particolare tallone d’Achille è seguito purtroppo dalla mancanza di un reale senso di pericolo, che per tutta la serie, fatta eccezione per le pippe mentali iniziali, non si fa mai vivo. Ma per quale cavolo motivo definisci una serie horror se poi non fa paura a nessuno?

Ci vuole ben più di un po’ di sangue per fare paura oggi giorno

Ognuno degli avvenimenti che accadono all’interno delle fredde pareti della Nightflyers prendono forma episodio dopo episodio dando la sensazione che qualcosa in sede di scrittura dello show sia andata storta, poiché ho percepito un brusco rallentamento che ha preso forma già dalla conclusione del secondo episodio. Non avendo letto il libro da cui è ispirato il racconto, non posso chiaramente sbilanciarmi in merito all’originalità del racconto (o a ciò che può essere andato storto in sede di adattamento), perciò basandomi su quello che ho visto posso dirvi serenamente di saltare a piedi pari questo scempio di interpretazione del genere horror per vedere qualcosa di meglio.

Ora, vi starete sicuramente chiedendo: cosa c’è di meglio? Faccio fatica a trovarlo anche io, soprattutto ultimamente che non sembra esserci un prodotto capace di spaventare nel vero senso della parola.

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Videogiocatore sin dalla tenera età, ha cominciato il suo viaggio dalle console di vecchissima generazione per approdare al PC Gaming più estremo. Fedele sostenitore del retrogaming, ama gli RPG e gli RTS e cerca, allo stesso tempo, di diversificare la sua dieta con generi sempre diversi di videogiochi.

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