Dopo aver passato qualche anno nell’inezia più totale, mi sono armato di coraggio misto a voglia di fare e ho ricominciato a fare un po’ di sport. Il periodo iniziale è stato il più spaventoso, specialmente perché sono stato costretto a scontrarmi con i tanti trick mentali che il mio cervello, come il migliore tra i cavalieri jedi, è riuscito a propinarmi con lo scopo di non farmi letteralmente alzare dalla poltrona (o dal letto, a seconda degli orari).

Quanto però cominci a stringere i denti, prendendo coraggio e un pizzico di (sano)autolesionismo, inizi un percorso di lotta con te stesso focalizzato al miglioramento, al superamento dei propri limiti e, perché no, all’ottenimento di quello stato mentale ideale utile a rialzarsi per restituire l’acido lattico ricevuto ancora più forte.

Questa metafora ricorrente, quasi motivazionale e ovviamente priva del mio acido lattico persistente, è stata il corpo centrale utilizzato in tantissimi lungometraggi di stampo sportivo, tra cui spicca per epicità e longevità la saga di Rocky Balboa. In quarant’anni di scazzottate sul ring, Sylvester Stallone non ha solo preso un sacco di cinquine a mani chiuse, ma anche ispirato diverse generazioni di persone pronte a caricarsi di fronte a qualsivoglia sfida sportiva ascoltando Eye of the Tiger.

Il mood generazionale è stato questo per anni, inutile negarlo, grazie pure a Stallone che è riuscito a non appiattire il suo personaggio, conferendogli a più riprese numerose sfaccettature pensate per far diventare il suo alter ego un vincente non solo sul ring, ma anche nella vita.

Tale sentimento, assistito da emozioni contrastanti e in parte diverse almeno per lo stampo generazionale, lo si respira anche in Creed, dove è Adonis a raccogliere il testimone lasciato da Rocky.

Arrivati a oggi con un sequel diretto da dover digerire, la paura di assistere a un’opera meramente commerciale è palpabile come noi mai, soprattutto per la volontà di riesumare Lundgren nei panni di un redivivo Ivan Drago con prole al seguito.

TI (RI)SPIEZZO IN DUE

Dopo aver portato a casa il titolo e qualche livido in più, Adonis sembra pronto per godersi la vita in compagnia della fidanzata quando all’orizzonte spunta una nuova sfida, rappresentata nientemeno dal figlio di Ivan Drago. La voglia di riscatto nei confronti di colui che ha ucciso brutalmente il padre sul ring prevale su tutti i consigli di un Rocky palesemente invecchiato, che lo incita più volte a rinunciare proprio perché il russo sembra animato dalla stessa volontà del padre incattivita però da anni di vergogna.

La storia chiaramente procede e lo scontro c’è, inutile girarci intorno o negarvelo, ma è proprio in questo susseguirsi di eventi palesemente scritti per simulare una disfatta e una rinascita che emerge lo spirito cardine di questa saga iconica, rappresentato proprio (come scritto in cima) dal rispondere ai colpi ricevuti che la vita, lo sport o qualsiasi altra cosa è pronta a darci per buttarci al tappeto.

L’intervallarsi delle situazioni, forse un po’ rallentate nell’esposizione in alcuni frangenti, riesce a seguire un ritmo ben cadenzato, pronto a esplodere con un momento finale degno di essere visto più volte, ma non per il motivo che credete voi. Perché al netto di un’interpretazione sempre all’altezza di Sylvester Stallone e Micheal B. Jordan, trovo che chi emerge meglio come background è proprio Ivan Drago.

Spoiler: non ci scappa il bacetto

Un uomo che ha perso tutto e a cui è stato tolto tutto, un uomo che ha coltivato rabbia e sentimenti di vendetta utilizzando il figlio come valvola di sfogo, pronto a lanciarlo come un siluro nucleare contro chi è riuscito a polverizzarlo non solo nel lavoro, ma anche e soprattutto nello spirito. Insieme a lui il figlio dimostra come la boxe non sia soltanto, in questo caso, una questione sportiva, ma un vero e proprio mezzo per riacquistare il rispetto perduto e magari l’amore di una famiglia assente. Drago e Creed rappresentano due poli opposti pronti a equilibrarsi in una pellicola che può tranquillamente, a mio avviso, chiudere la saga come si merita. Vi segnalo di tenere gli occhi bene aperti sul finale, perché una scena per me è valsa più di mille parole.

La scrittura di Creed II dimostra come lo stesso Stallone, insieme a Coogler, Cocker e Penn, siano stati in grado di andare più a fondo della semplice storia del pugile di successo, portando sul grande schermo uno spettacolo pensato all’intrattenimento e alla voglia di riscatto personale. Il bello di tutto questo, tra l’altro, è che Sylvester Stallone è quello che meno emerge nell’intera visione di questo Creed II, cosa che sorprende e allo stesso tempo conferma la maturità dell’attore nel gestire uno dei suoi personaggi di maggior successo.

Stallone sapientemente lascia spazio agli altri protagonisti

Insomma, per chiudere questa disamina molto personale sul sequel di Creed, il consiglio come avrete ben immaginato è quello di correre al cinema per andare a vederlo. Perché non è importante quante volte vi diranno che è il solito “more of the same”, ma sarà importante il momento in cui vi alzerete dalla sala dopo averlo visto. Fidatevi, ne vale la pena.

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Videogiocatore sin dalla tenera età, ha cominciato il suo viaggio dalle console di vecchissima generazione per approdare al PC Gaming più estremo. Fedele sostenitore del retrogaming, ama gli RPG e gli RTS e cerca, allo stesso tempo, di diversificare la sua dieta con generi sempre diversi di videogiochi.

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