Parlando di No More Heroes mi viene subito in mente la versione uscita all’epoca su Nintendo WII, che grazie all’uso dei Nunchuck mi fece sudare dentro almeno un centinaio di magliette (quasi ai livelli di Just Dance o Rock Band).

In un’epoca come quella attuale, dove il buonismo la fa da padrone, un personaggio come Travis Touchdown potrebbe risultare stonato e troppo anticonformista, ma forse, proprio per questo motivo, potrebbe essere l’eroe (anzi, l’antieroe) di cui abbiamo davvero bisogno.

Sfacciato, irriverente e perfino volgare, Travis è il protagonista del terzo capitolo della saga No More Heroes, una vera rarità per Suda51 che, da novello “Kubrik devi videogiochi”, ha provato così tanto a muoversi senza sosta tra molti generi videoludici, ritagliando solo per questa creatura l’onore (e l’onere) di possedere un sequel.

LA QUARTA PARETE A PEZZI

Nel prologo di Travis Strike Again: No More Heroes troviamo Bad Man, padre dell’assassina Bad Girl (che originalità), in cerca di vendetta nei confronti di Travis per la morte della figlia. Durante lo scontro, che richiama visibilmente la scena di combattimento all’interno di una roulotte tra Beatrix e Elle Driver in Kill Bill, i due vengono improvvisamente risucchiati all’interno della console Death Drive MK2.

Lo scopo del gioco diventa quindi piuttosto semplice: sconfiggere i sei videogiochi presenti all’interno del Death Drive MK2 (che ora è il vero villain del titolo) al fine di ottenere le Death Ball, ovvero fantomatiche cartucce utilizzate da questa console ultrabuggata che, una volta riunite, apriranno una via per uscire da questa dimensione e tornare alla nostra vita di tutti i giorni.

A livello di gameplay ci troviamo di fronte a un hack’n’slash nudo e crudo, in cui utilizziamo in più modi la nostra “Beam Katana” per sconfiggere i nemici che ci troviamo di fronte. A nostra disposizione ci sono due tipi di attacchi, uno leggero e veloce utile per abbattere celermente i nemici più deboli, l’altro pesante utile invece a spezzare la guarda degli avversari più tosti.

A differenza del gioco originale per Wii, l’utilizzo dei Joy-Con in versione Docked è molto limitata e vengono usati solamente per ricaricare la Beam Katana. Due tasti li utilizziamo per gli attacchi (uno leggero e rapido, l’altro più lento e forte), mente gli altri due tasti a disposizione vengono utilizzati rispettivamente per saltare (con possibilità di effettuare attacchi aerei) e rotolare, così da evitare i colpi avversari grazie a una buona dose di bravura e riflessi. Riempiendo la barra combo attacco dopo attacco, potremo infine usare il tasto “R” per rilasciare l’energia accumulata e infierire potenti colpi come se non ci fosse un domani.

Devo trovare Sarah Connor

A spezzare la monotonia del sistema di combattimento troviamo gli Skill Chip, oggetti che possono essere rinvenuti nel corso della nostra avventura e poi equipaggiati in quattro appositi slot dedicati, attivabili mediante l’uso del tasto “L” in combinazione a una delle frecce direzionali presenti nel Joy-Con sinistro. Ognuna delle abilità avrà un cooldown e un effetto diverso, fattore che ne incentiva la ricerca e le combinazioni allo scopo di effettuare combo sempre nuove.

Trovo però che la parte più divertente e impegnativa la si vive durante le Boss Fight: ogni nemico di fine livello (disegnato dall’artista inglese Boneface) offre una bella sfida che conduce il giocatore a dover studiare attentamente i pattern di movimento, e attacco, di ognuno di essi così da scoprire i momenti più opportuni per attaccare e infierire danno. Niente di così trascendentale, ma come scrivo poco sopra ho apprezzato tanto la cura con cui sono stati costruiti questi scontri, perché riescono a rompere la monotonia accumulata durante il combattimento contro i nemici comuni.

Il protagonista deve, come scritto poc’anzi, combattere in sei videogiochi differenti per poter sconfiggere il nemico e uscire da questa sorta di incubo digitale. Il buon Suda51 ha fatto molta attenzione nel diversificare ognuna di queste macro aree utilizzando stratagemmi intelligenti, messi in evidenza da qualche caratteristica extra distintiva (un esempio valido può essere il cambio di visuale, magari nel passaggio tra isometrica e platform). In questo modo l’avanzamento nel gioco risulta sicuramente molto meno frustrante e ogni episodio può essere vissuto in modo diverso l’uno dall’altro.

Si va da un tributo a Pipe Mania dove è necessario muovere i blocchi di un quartiere per assicurarsi l’accesso nelle case colpite da un omicida, al classico platform costruito sule torri della Yakuza, dove è possibile recuperare i pezzi necessari ad upgradare la nostra motocicletta utilizzabile nei mini giochi di guida (dove la grafica Wireframe in stile 8-16 bit ci riporta ai tempi del Commodore 64 e di Tron).

TANTE IDEE PRONTE A FARE LA DIFFERENZA!

Se dal lato puramente videoludico Travis Strikes Again non aggiunge nulla di particolarmente innovativo alla formula, dall’altro trovo che il vero punto di forza del titolo risiede nel suo protagonista e nella storia che gli viene creata intorno. Come un novello Deadpool (che viene anche nominato) Travis è consapevole di essere il personaggio di un mondo digitale, ed è per questo che sforna continue citazioni su citazioni della cultura pop/nerd degli ultimi 40 anni. Ammetto che uno dei motivi che più mi ha spinto a concludere il gioco è stato vedere quante “cazzate” riesce a partorire la sua mente malata (o meglio, quella di Suda51).

Questo stile surreale di certo non è per tutti. O si odia o si ama e, personalmente, io l’ho adorato. Fin dai primi istanti si percepisce l’intenzione dell’autore di creare qualcosa di unico, grazie all’utilizzo di sequenze che dire psichedeliche è poco. Anche le sequenze tra un gioco e l’altro, con grafica da monitor a fosfori verde, sono tutte parte di un preciso progetto che loda al retrogaming.

Psichedelia portami via

Interessante anche la possibilità di giocare in cooperativa, o comunque di poter alternare l’uso di Travis e Badman anche quando giochiamo in solitaria: mentre il primo è più agile e scattante, il secondo trova la sua forza in attacchi lentissimi ma devastanti, motivo che offre la possibilità di approcciarsi ai nemici in maniera differente a seconda delle occasioni. Va sottolineato che i chip, insieme all’esperienza, sono condivisi quindi sarà compito del giocatore decidere come distribuire le risorse sui due personaggi. Travis Strikes Again non ha una durata eccessiva (siamo intorno alle 10-15 ore), ma grazie ai tre livelli di difficoltà, e a qualche chip più difficile da raggiungere, presenta anche un minimo di rigiocabilità, cosa che non fa mai male.

Il motore pulsante del gioco, dal punto di vista puramente tecnico, è l’Unreal Engine che però, visto anche il budget limitato (e durante il gioco Travis borbotta spesso su questo punto) non eccelle, per via di modelli poco dettagliati e qualche rallentamento sporadico. Anche la colonna sonora non rimarrà negli annali della storia del videogioco, ma considerate le risorse, si vede che Suda51 ha preferito concentrarsi su trama, gag e citazioni.

Travis Strikes Again viene venduto ad un prezzo ribassato rispetto ad altre nuove uscite (40 euro) ma a differenza dei suoi compagni di scaffale include al suo interno un Season Pass che preannuncia nuovi contenuti in coda, che speriamo non tardino troppo ad arrivare. Inoltre il gioco è completamente tradotto in italiano.

Cosa c’è di meglio del Ramen per recuperare energia?

PRO & CONTRO

+ Citazioni e gag a non finire
+ Interessanti Boss Fight
+ Travis è un gran cazzone!
– Gameplay un po’ ripetitivo
– Comparto audio sottotono

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Spazia in tutti i campi dell'universo nerd: videogiochi, comics, manga, serie tv, board game, GDR senza tralasciare una vera e propria ossessione per il calcio (e il fantacalcio) e altri sport in maniera minore. Cosplayer a tempo perso, talvolta si ricorda anche di lavorare e molto più raramente di dormire.

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