Parlare di un biopic come quello sulla vita di Freddie Mercury rappresenta per me un’impresa piuttosto complicata, forse al pari della stesura stessa della sceneggiatura che doveva ritrarre, al meglio della generosità temporale racchiusa in due ore e spicci di minutaggio, il mito dietro a uno dei cantanti più celebri del panorama musicale degli anni d’oro del rock.

Un film celebrativo, inutile negarlo, che si ritaglia la sua buona fetta di audience senza uscire fuori dagli schemi, alla ricerca di un consenso generale che si esprime più con la pancia che con il cervello. Sicuramente si poteva osare, me lo ripeto spesso di fronte a pellicole di questa tipologia, specialmente quando l’omaggio cerca di unire i tasselli di una vita incredibile, dove la magia del racconto deve districarsi forzatamente tra la leggenda e la realtà nuda e cruda.

Bohemian Rhapsody non è solo musica accompagnata dall’estro del frontman dei Queen, ma è anche un racconto dove emerge la voglia di reinventarsi di un ragazzo che vuole uscire dal seminato paterno, che affronta la propria sessualità a più riprese, prima con Mary Austin (grande amica di quest’ultimo) e poi con l’annuncio del suo orientamento sessuale, calcandone forse gli aspetti corali piuttosto che quelli più grevi.

Insomma, c’è né abbastanza per accontentare tutti e subito dopo nessuno, soprattutto quando si pensa che nella pellicola Bryan Singer, insieme al lavoro degli sceneggiatori e dei rimanenti membri dei Queen, ha cercato di inserire il massimo possibile, tralasciando parti di racconto o aneddoti soprattutto legati alla fase conclusiva della vita di Freddie Mercury.

Ma Bohemian Rhapsody non è un film da buttare o semplicemente catalogare come “l’ennesimo biopic” sull’ennesimo personaggio famoso.

È piuttosto un prodotto capace di ritrarre una delle essenze di Farrokh Bulsara con una teatralità contagiosa, che esprime una buona dose di rock’n’roll senza sfociare nell’esagerazione, partendo dal concerto Live Aid dell’85 per poi andare a ritroso fino alla costituzione della band e alla composizione del loro primo grande successo: Bohemian Rhapsody.

Dopo il trionfo in radio cominciano a susseguirsi le canzoni che hanno dettato il successo della rock band, tant’è che gli amanti viscerali dei Queen troveranno riferimenti chiari alla produzione di canzoni e video musicali, ognuno capace di produrre un racconto veicolato da parole e musica.

Forse Freddie era più “sporco”, ma era difficile fare un casting migliore di Malek

L’escamotage visivo viene messo in atto grazie alla presenza di Rami Malek sullo schermo, un attore che è stato capace di interpretare il ruolo con una precisione mimica incredibile, accompagnata anche da un portamento del viso (grazie alle protesi dentali) quasi completamente ineccepibile.

E come avveniva in parte con Freddie Mercury ei Queen, anche Malek con il suo recitare sembra quasi far cadere nell’ombra gli altri membri della band, che mantengono un ruolo importantissimo nell’intera narrazione senza però emergere particolarmente. Ma l’escamotage visivo un po’ me lo immaginavo, mentre dalla parte cantata non mi aspettavo minimamente che esistesse una persona come Marc Martel, capace di riprodurre quasi completamente la voce del cantante.

Era chiaro che Malek, anche facendo continui corsi di canto, non sarebbe mai stato in grado di eguagliare minimamente Freddie Mercury e anche se mi è stato fatto notare un leggero sentore di playback nella sua performance (grazie Roby della dritta), non riesco davvero a trovare difetti degni di nota da impedirmi di elogiarlo come si deve.

La magia delle parole profuse in ogni canzone dei Queen è riuscita a toccare quasi tutte le mie corde emozionali, lasciandomi uscire dalla sala con una sensazione così piacevole da farmi venire voglia di andare a vederlo il giorno dopo.

Arrivati sul finale di questo racconto breve, non posso fare a meno di consigliarvi la visione del biopic sul frontman dei Queen, al netto di qualche sbavatura comprensibile legata alla realizzazione del racconto, che come detto in cima non cerca minimamente di prendersi troppo sul serio, mantenendo quell’alone di mistero -passatemi la parola- adatto a un mito vivente come Freddie Mercury. Un uomo capace di toccare l’animo umano come pochi altri al mondo.

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Videogiocatore sin dalla tenera età, ha cominciato il suo viaggio dalle console di vecchissima generazione per approdare al PC Gaming più estremo. Fedele sostenitore del retrogaming, ama gli RPG e gli RTS e cerca, allo stesso tempo, di diversificare la sua dieta con generi sempre diversi di videogiochi.

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