Vi è mai capitato di uscire fuori dal cinema un po’ storditi, diciamo anche addirittura spaesati, dopo la proiezione di un film? A me è capitato diverse volte, faccio fatica a ricordarle tutte ovviamente.

Sono quegli stati d’animo che riassumo nell’insieme di sensazioni simili ai déjà-vu, insomma quelle che ti restano impresse nel subconscio come quando percepisci un odore che automaticamente, in modo quasi sibillino, ti riporta alla mente un momento che non metti a fuoco chiaramente, ma che hai vissuto.

Uscire dal cinema dopo aver visto First Man mi ha fatto sentire così: ho percepito un brivido che mi ha percorso tutto il tronco encefalico, ma quando ho cercato di spiegarmelo con un minimo di raziocinio non sono riuscito a trovargli quella chiave di lettura utile a definirlo come vorrei. Quel classico momento in cui hai tutto chiaro in testa, ma quando cominci a parlare fai più o meno così:

Senza Parole

Solo rileggendo questi primi capoversi dell’articolo, già capisco che l’ultima fatica di Chazelle dietro alla macchina da presa (quello di Whiplash e La La Land) ha sortito l’effetto desiderato: mi ha spinto a scriverne, a commuovermi, a riflettere sul cammino intimista del primo uomo che ha calpestato il suolo lunare.

Perché First Man non è un semplice biopic autobiografico utile a descrivere l’allunaggio del 1969, ma è al contrario la storia di come l’uomo, Neil Armstrong, si è scontrato con leggi non scritte fatte di lutti e sofferenze, capaci di far passare quasi in secondo piano l’intera volta celeste.

VINCERE SE STESSI

First Man si apre con dei fotogrammi riguardanti la morte prematura di sua figlia, espediente che lo ha spinto nel corso della sua carriera lavorativa a sfidare se stesso, passando per il programma Gemini e poi per la missione Apollo, arrivando a raggiungere vette mai raggiunte dall’essere umano in quel periodo.

One small step for a man, one giant leap for mankind”.

La frase di Armstrong riassume con tinte decise il modello dell’epoca, dove gli uomini erano pronti a rincorrere i propri sogni chiudendosi nel duro lavoro, operando su se stessi e sugli altri, ma anche fronteggiando una serie di difficoltà sociali importanti (d’altronde il periodo del ’68 ce lo ricorda) che vedevano questa rincorsa americana come un vero e proprio spreco di denaro.

Lasciando perdere tutti gli spunti politici possibili in relazione con la “gara contro il fronte russo”, altrimenti non ne usciamo più, il regista riesce a delineare un racconto che vive di una propria natura duale, che sembra quasi voler accantonare la parte più spettacolare della corsa allo spazio per concentrarsi quasi interamente sull’uomo.

L’interpretazione di Ryan Gosling funziona, anche se io lo reputo un po’ mono espressione in certi casi, ma funziona ancora meglio quella di Claire Foy nei panni della moglie dell’astronauta, che nelle sue diverse apparizioni ritrae al meglio l’emozione nei diversi contesti, finanche le fragilità e le insicurezze che avevano minato il rapporto tra i due in vista della partenza del programma spaziale.

Gosling è un credibilissimo Armstrong, anche se a volte un po’ monoespressivo

È difficile separare l’uomo dall’impresa, anche perché molto spesso l’uomo viene ricordato alle spalle di essa e non di fronte, ma la sceneggiatura di Singer e il montaggio curato da Chazelle riescono a fare il miracolo, regalando dei momenti epici da togliere letteralmente il fiato.

Tra l’altro la maggior parte delle inquadrature pensate dal regista sono pensate per farci “sentire” nei panni degli astronauti stessi, tant’è che spesso assistiamo a momenti dove vengono inquadrate diverse strumentazioni con velocità quasi pressante, metodo utile a farci sentire tutta la suspense addosso momento dopo momento.

Quando vedrete la scena sulla Luna mi direte, non mi esprimo oltre.

Damien Chazelle ha dimostrato ancora una volta di saperci fare dietro la macchina da presa, regalandoci una pellicola biografica convincente e non conformista, capace di catturare la nostra attenzione dietro a una storia che abbiamo sentito almeno una volta, ma che non abbiamo mai vissuto in questo modo. Fatevi un regalo, andate a vedere First Man perché non ve ne pentirete!

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Videogiocatore sin dalla tenera età, ha cominciato il suo viaggio dalle console di vecchissima generazione per approdare al PC Gaming più estremo. Fedele sostenitore del retrogaming, ama gli RPG e gli RTS e cerca, allo stesso tempo, di diversificare la sua dieta con generi sempre diversi di videogiochi.

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