L’avvento di internet e, solo in seguito, l’avvento dei social network hanno cambiato drasticamente le nostre abitudini quotidiane. Se precedentemente il nostro collegamento con le persone veniva scandito da un contatto fisico, o una corrispondenza scritta sotto forma di lettere o cartoline, oggi invece la maggior parte dei rapporti avviene per via telematica, mediante l’uso di programmi di messaggistica online o social network.

Certo, la vita si è semplificata parecchio e ora possiamo restare in contatto con persone sparse in tutto il mondo, ma come ogni mezzo progettato sulla faccia della terra, il suo utilizzo virtuoso o meno viene determinato direttamente dall’utilizzatore.

Non c’è da sorprendersi che, tanto per fare un esempio, il bullismo sia uno di quei comportamenti scorretti che si è evoluto, sfruttando i nuovi canali social, per diventare virale e pericoloso allo stesso tempo.

Questo insieme di informazioni che ho voluto lasciarvi qui, un po’ come prologo, creano il terreno perfetto per parlarvi di Searching, un lungometraggio di stampo thriller diretto da Aneesh Chaganty e girato secondo le regole degli screen movie (un po’ come Unfriended).

SEMPRE CONNESSI

Il film si apre come ci aspetteremmo da una pellicola relativa al genere. Su un monitor raffigurante le verdi colline erbose di Windows XP, vengono creati tre diversi profili utente appartenenti rispettivamente a tre membri dello stesso nucleo familiare.

Nel corso dei successivi minuti veniamo totalmente tempestati di informazioni, relative al background di questa famiglia a prima vista felice, portate su schermo mediante la riproduzione di svariati video legati a scene di vita quotidiana, come compleanni, primi giorni di scuola, lezioni di pianoforte e molto altro.

Ognuno di questi eventi viene accompagnato da un evolversi sintomatico del metodo con cui vengono inseriti e classificati, come la creazione delle cartelle sul desktop o la semplice compilazione di un calendario dove segnare gli eventuali promemoria.

Insomma, ogni tassello del puzzle che compone la narrazione sembra essere posizionato nel posto corretto e, per un momento, si ha la sensazione di aver sbagliato sala. Della serie: “Ehi, fuori c’era scritto che era un thriller!”.

Ma poi gli eventi precipitano, l’affacciarsi di un linfoma contratto dalla madre finisce per destabilizzare gli equilibri, arrivando infine a romperli definitivamente con la morte di quest’ultima.

Il rapporto tra David (John Cho) e Margot (Michelle La) cambia drasticamente da quel momento in poi, mettendo in evidenza la fragilità di un rapporto che sembra non vederli più affiatati come in passato.

Una mattina David trova tre chiamate senza risposta lasciate dalla figlia nel cuore della notte, ma quando prova a ricontattarla per assicurarsi che vada tutto bene non riceve risposta per diverse ore, cominciando seriamente a pensare che qualcosa di grave potrebbe essere accaduto alla propria figlia.

Searching 01

La polizia viene subito mobilitata per indagare sulla scomparsa e il caso viene affidato al detective Rosemary Vick (Debra Messing), la quale intima il padre della ragazza a cercare qualsiasi informazione utile per ricostruire la notte della scomparsa, così da poter fare luce sull’accaduto.

Le diverse ricerche svolte sul laptop della ragazza condurranno David in un territorio sconosciuto, composto da social network, profili virtuali anonimi e una cronologia di pagine visitate che sembrano non avere alcun riferimento logico tra loro.

Il ritmo della narrazione comincia finalmente a mettersi in moto, acquista dinamismo e passa da una finestra del computer ad un’altra, mentre l’ottima interpretazione di Cho fa il suo naturale corso, portandosi dietro dubbi e situazioni che invogliano lo spettatore a improvvisarsi detective, tant’è che spesso ci si sofferma a leggere tra le righe i dialoghi tra David e i suoi interlocutori, osservando nel frattempo ogni dettaglio intanto che cerchiamo di unire i puntini per scoprire il destino della ragazza.

La sceneggiatura redatta a quattro mani da Chaganty e Ohanian riesce nel compito di narrare gli eventi tenendo lo spettatore incollato allo schermo, mettendo persino a nudo le diverse vulnerabilità delle nostre identità digitali.

Come scrivevo in cima all’articolo, l’utilizzo di ogni strumento viene determinato dal suo utilizzatore, e non è un caso che nel film si respira un senso di denuncia nei confronti della società contemporanea, un modo come un altro di mettere in evidenza i rischi a cui siamo giornalmente esposti quando facciamo uso di un qualcosa senza conoscerne a fondo i rischi.

Searching 02

E se scopriste che vostra figlia non ha nessuno degli amici che pensavate di conoscere?

Searching comunque non si ferma solo a questo ma, anzi, si riserva qualche colpo di scena pronto a farti ricredere nel momento in cui sei sicuro di aver trovato la soluzione del caso per conto tuo.

Registicamente ci troviamo di fronte a un prodotto estremamente singolare, che tra l’altro riesce a rimanere in piedi “da solo” senza fare un utilizzo eccessivo della colonna sonora, che si limita ad accompagnare le scene più tese con un accompagnamento piacevolmente ancorato ai suoni di sistema del laptop.

Insomma, Searching è un thriller che si lascia piacevolmente guardare dall’inizio alla fine e vi consiglio di guardarlo con curiosità, lasciando a casa qualsiasi pregiudizio legato a trama e personaggi.

Datemi retta, qualche riflessione in compagnia del kebab post-film è assicurata!

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Videogiocatore sin dalla tenera età, ha cominciato il suo viaggio dalle console di vecchissima generazione per approdare al PC Gaming più estremo. Fedele sostenitore del retrogaming, ama gli RPG e gli RTS e cerca, allo stesso tempo, di diversificare la sua dieta con generi sempre diversi di videogiochi.

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