“Più le cose cambiano, più restano le stesse” recitava il buon Jena Plissken mentre minacciava il presidente di spegnere l’intero pianeta.

E un po’ mi sento di dargli ragione, soprattutto quando assisto ai vari cambiamenti che promettono all’apparenza di modificare tutto, lasciando poi invece tutto relativamente uguale.

Cambia la forma ma non la sostanza insomma.

Ed è un po’ quello a cui abbiamo assistito, in minima parte, con il medium videoludico quando sono cominciati a fioccare i “walking simulator”, ovvero quei giochi capaci di raccontare una storia senza aver necessariamente bisogno di un gameplay complesso e stratificato.

Di prodotti relativi al genere ne abbiamo visti parecchi, ma quello che ho avuto il piacere di analizzare questi giorni viene addirittura, almeno a metà, confezionato dalla SpectreVision, una casa di produzione cinematografica fondata nel 2010 da Elijah Wood, Josh Waller e Daniel Noah.

Da solo così potremmo quasi dare per scontato che Transference, il nuovo thriller/horror prodotto da Ubisoft, sia già solo sulla carta un piccolo gioiello, ma purtroppo devo tristemente ammettere che le aspettative non hanno poi corrisposto i risultati.

TRASCENDENZA

Lo storytelling alla base di Transference fa riferimento al concetto di proiezione, ovvero a quel meccanismo mentale capace di riversare sentimenti, emozioni e pensieri da un contenitore a un altro.

Lo scienziato Raymond Haynes, protagonista della storia, sembra aver trovato un modo di “trasferire” la coscienza degli umani all’interno di un computer, così da poterne creare una vera e propria rappresentazione digitale autonoma e immortale.

Il problema è che i primi esperimenti effettuati dallo scienziato vengono rivolti sui propri familiari, moglie e figlio, ottenendo degli effetti inaspettati capaci di far emergere frustrazioni e paure inconsce.

Inizialmente non ci è dato sapere nulla, o quasi, di quanto l’esperimento sia arrivato fino in fondo, ma percepiamo soltanto che il luogo in cui ci troviamo fa parte di questa realtà distorta e cupa, abbandonata nei meandri di un universo digitale composto da bit instabili e pericolosi.

La casa degli Haynes è lo scenario dell’intera vicenda, ma la sua rappresentazione appare decadente e distorta, afflitta da lacerazioni profonde che ne distruggono la logica, creando degli spazi vuoti che solo alcuni oggetti (che vogliono rappresentare dei processi mentali) possono sbloccare una volta collocati al posto giusto.

Ogni stanza presenta un enigma da risolvere per andare avanti, e mano a mano che procediamo nella storia queste complicazioni vengono accompagnate da avvenimenti piuttosto traumatici, pronti a infittire tutta la vicenda donandogli dei connotati prettamente legati al genere thriller/horror.

Tra urla, bambini che fuggono e lamenti ci troviamo costretti a cercare la verità, scoprendo pian piano alcuni segreti legati ai componenti della famiglia Haynes. Lungi da me raccontarvi di più, soprattutto perché rischierei di rovinarvi l’esperienza all’interno di un gioco già breve di suo.

Dopo aver passato diverse ore nel mondo digitale di Transference emergono, purtroppo, quelli che sono i punti deboli di una produzione pensata per il VR, tant’è che molti dei jump scare presenti, insieme anche allo stesso scenario labirintico, finiscono per essere prevedibili già dalle prime battute.

Tutto questo è un peccato, a maggior ragione se consideriamo il fatto che la tecnologia del protagonista è pensata per essere usufruita tramite lo stesso visore VR.

Senza di esso, però, molto del pathos pensato apposta per la periferica perde mordente, incapace di reggere il confronto con un angolo di visione incapace di farci immedesimare al meglio.

BIT PERSI NEL VUOTO

Oltre alla difficoltà di ricreare l’esperienza valida per chi non possiede il VR, a far scemare il tutto ci pensano altri difetti sparsi qui e là.

Gli enigmi presenti in Transference sono un po’ troppo semplici da risolvere, nel senso che non prevedono un vero e proprio fallimento, pertanto la sensazione di disagio finisce per dissolversi subito, lasciando spazio piuttosto alla curiosità legata alla comprensione dell’intera vicenda.

Grazie all’uso di alcuni interruttori della luce è possibile effettuare un passaggio di fase, in pratica l’intera casa si adatta alla visione di uno dei membri della famiglia, lasciando apparire elementi affini ai suoi pensieri.

La parte idealizzata dal figlio comprende dei giochi sparsi qua e là, accompagnati da disegni sui muri raffiguranti il suo cane preferito, mentre al contrario la parte di casa idealizzata dal padre comprende macchine, server e cavi sparsi ovunque, mentre i disegni infantili sono sostituiti da formule matematiche.

Oltre a questo level design piuttosto scarno possiamo trovare dei vlog nascosti utili a comprendere meglio l’intera vicenda, registrati come se fossero dei filmini con protagonisti attori reali in carne ed ossa.

L’ulteriore difetto emerge con la longevità visto che Transference, tirando dritto senza scervellarsi troppo sull’accaduto, dura all’incirca tre ore.

Un tempo che non riesce, insieme agli altri elementi, a giustificarne la spesa al day-one. Il che è un peccato, sia ben chiaro.

PRO & CONTRO

 

+ Storia estremamente intrigante
– Enigmi troppo semplici
– Giocarlo senza VR ha poco senso

6.5 Occasione mancata

Al netto di una serie di difetti legati alle scelte di genere dei walking simulator, Transference possiede una sua identità capace potenzialmente di esplodere con la forza di dieci megatoni, solo che finisce per fare il suo lavoro troppo alla leggera, facendo emergere delle piccolezze negative capaci di spegnerlo senza riserve. Andrà meglio la prossima volta, ne sono sicuro!

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About Author

Videogiocatore sin dalla tenera età, ha cominciato il suo viaggio dalle console di vecchissima generazione per approdare al PC Gaming più estremo. Fedele sostenitore del retrogaming, ama gli RPG e gli RTS e cerca, allo stesso tempo, di diversificare la sua dieta con generi sempre diversi di videogiochi.

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