God of War – Recensione

Dopo essersi preso una pausa di ben otto anni, Kratos ha deciso di fare ritorno nelle nostre vite videoludiche, stravolgendo da cima a fondo tutti gli elementi che lo hanno caratterizzato sino a oggi.

Il nuovo God of War non “bastona” più gli dei dell’Olimpo, ma compie un’intera avventura nelle terre del freddo nord, accompagnato dal proprio figlio Atreus, per cospargere le ceneri della propria amata sul monte più alto dei nove regni.

I ragazzi di Santa Monica, con la supervisione di Cory Barlog, hanno rivoluzionato le caratteristiche portanti del brand donandogli quella che, a mio avviso, assomiglia a un’anima. Non che prima fosse assente totalmente questo concetto, ma oggi si respira un Kratos totalmente diverso da quello che conoscevamo una volta, un Kratos che sembra aver acquistato qualcosa nel suo viaggio di odio cosparso dal sangue dei suoi nemici.

L’individuo che ci troviamo oggi di fronte ha il volto segnato dal tempo, è taciturno e sembra dosare ogni parola con una saggezza che sembra non appartenergli.

Già dall’inizio del gioco ci si sente spaesati, inutile negarlo. E andando avanti, imparando a conoscere meglio quello che è diventato Kratos, ci si accorge che forse questo cambio di rotta era necessario. Come ogni uomo nelle fasi più importanti della propria vita, anche God of War è maturato, al punto di portare sullo schermo la perfetta metafora del viaggio, un filosofico “cammin di nostra vita” che vede al suo interno formazione, dramma, avventura e suspense.

 

ECCO, LA’ IO VEDO MIO PADRE

La preghiera agli dei recitata da Atreus è il primo di tanti momenti epici presenti nel gioco. Santa Monica si è data un gran da fare affinché ogni scena acquistasse una solennità disarmante, complice sicuramente una regia meticolosa e attenta che permette a noi giocatori di entrare subito in sintonia con i personaggi e la storia.

Ogni piano sequenza, ogni gioco di telecamera e ogni elemento di illuminazione sembra voler entrare in sintonia con lo spettatore, tant’è che più di una volta ci si trova disarmati, incapaci di chiudere la bocca davanti a uno spettacolo così coinvolgente e appassionante.

Il desiderio della madre, come scritto all’inizio, era quello di veder sparse le proprie ceneri sulla vetta più alta dei nove regni, motivo per cui padre e figlio partono verso la prima destinazione plausibile, rendendosi presto conto che il viaggio non sarà così facile sembra. Da subito verremo attaccati da creature non morte chiamate Draugr, senza farci mancare persino l’attacco di quello che sembra essere un dio come noi.

In questo modo la certezza della destinazione lascia subito posto ai dubbi.

Mille domande cominceranno ad accompagnare ogni vostro passo, cercando di capire chi o cosa ha deciso di importunare Kratos, ma soprattutto perché. E perché, allo stesso tempo, il nostro stesso figlio sembra essere all’oscuro delle origini del suo stesso padre.

Un mio personale plauso voglio esprimerlo nei confronti della caratterizzazione del rapporto padre/figlio, presente nel gioco, perché si vede come ogni elemento anche velato riconduce a una paternità sofferta, ma comunque voluta.

Persino Kratos che tutto può sembrare, tranne che un padre, in questo God of War fa emergere una vena caratteriale nascosta.

Seppur mai evidente, ogni piccolo commento o gesto rivolto verso Atreus lascia intendere elementi del passato del protagonista, come la formazione dei ragazzi spartani con la agoghé in cui il ragazzo doveva essere separato dalla famiglia per imparare a cavarsela da solo.

Questo e tanti altri piccoli elementi vi fanno apprezzare maggiormente la natura differente del titolo, motivo per cui vi consiglio di seguire ogni piccola increspatura per cogliere una porzione di anima in più del possente Kratos. Tra l’altro, da genitore, posso dirvi che il rapporto costruito tra padre e figlio riesce a far emergere tantissimi dettagli azzeccati.

Senza darvi ulteriori elementi sulla trama, posso solo aggiungere che la storia saprà tenervi incollati allo schermo per lungo tempo, regalandovi al contempo tantissimi dettagli sulla mitologia norrena. Ogni nome inserito nel gioco ripropone nomi esistenti, in un vortice di leggende che prendono vita regalandoci special guest d’eccezione importanti.

Anche qui preferisco cucirmi la bocca, se non altro per farvi arrivare a determinati punti del gioco con la speranza che diciate “anvedi oh, c’è pure lui!”.

COME UN LEVIATANO

Fin dai primi video di gameplay pubblicati per il gioco, si è discusso molto del combat system reinventato per questo God of War.

L’anima più arcade associata da sempre al brand ha lasciato posto a un sistema decisamente più stratificato, dove l’alternarsi dei colpi viene sempre accompagnato dal giusto timing.

Anche il più debole dei nemici, se sottovalutato, può decretare la nostra fine nel gioco. Ed è con questa regola in testa che il nuovo Kratos, passatemi il termine, ha bisogno di un pilota che faccia subito pratica con le possibilità presenti.

Il combattimento può compiersi con l’ascia o a mani nude, e ognuna delle due configurazioni permette di alternare i colpi seguendo uno scopo diverso.

Se il Leviatano, ovvero la nuova ascia di Kratos, ha la possibilità di infliggere notevoli danni con la possibilità di congelare l’avversario (se lanciata), il combattimento a mani nude consente invece di stordire i nemici, attivando più velocemente la possibilità di uccidere gli avversari premendo [R3].

Come ogni cosa in via di sviluppo, anche Kratos evolve con il tempo, maturando le proprie abilità al punto di ottenere nuove tipologie di attacco.

Gli skill-tree presenti nell’apposita schermata permettono infatti di potenziare: corpo a corpo a mani nude, attacchi ravvicinati e a distanza del Leviatano, combattimento furioso (Ira di Sparta) e, non ultime per importanza, le abilità di tiro con l’arco di Atreus.

Ogni attacco viene richiamato dai grilletti superiori [R1] ed [R2], ma il vero divertimento lo si ottiene combinando i vari attacchi, magari lanciando il Leviatano verso un nemico tenendo premuti i tasti [L2] + [R1 o R2] per congelarlo, solo per poi scattare verso quest’ultimo con il tasto [L3] per infliggergli una poderosa spallata.

Questo tipo di combinazione è solo una delle tante, che dovrà necessariamente essere ragionata a seconda dell’avversario incontrato sul campo di battaglia.

Quando si combatte un Antico, per esempio, bisogna lasciare da parte la propria sete di sangue e tirare l’ascia verso il suo cuore scoperto solo al momento opportuno, altrimenti la vostra fine è praticamente dietro l’angolo.

Interessante notare come sia stato inserito il parry in un gioco come God of War, ovvero la mossa vista nei soulslike dove il personaggio, al momento giusto, può parare per poi infliggere grossi danni all’avversario di rimando.

Tutti questi “tecnicismi” non levano comunque animosità al gioco, che mantiene infatti tutta la sua piacevole brutalità lasciando fortunatamente da parte quella terribile sensazione di button smashing furioso. A difficoltà più elevate, inoltre, acquista ulteriore fascino condito da gradevolissimi e impietosi insulti edulcorati.

ESPLORANDO MIDGARD

Uno degli elementi cardine di God of War, dopo il combat system, è sicuramente l’esplorazione. Quello che i ragazzi di Santa Monica hanno partorito dopo anni di sviluppo è un action adventure vero e proprio, dove ad emergere non è più il lineare compito di arrivare dal punto A al punto B, quanto piuttosto quello di esplorare gli scenari intorno a noi, magari cercando anche il più nascosto degli anfratti per distruggere una runa e sbloccare un tesoro.

Ebbene, proprio come nella più antica delle tradizioni dedicate a questo genere di giochi, ogni elemento di level design è stato inserito con uno scopo ben preciso, che magari può non essere accessibile sin da subito, ma che aspetta in silenzio un vostro ritorno dopo aver completato un capitolo della storia.

In God of War la presenza del backtracking è importantissima, proprio perché ci mette in mano la reale possibilità di potenzialità di tornare indietro per aprire nuove strade, così da compiere epiche missioni secondarie. L’obbiettivo? Ovviamente il loot.

A differenza dei precedenti titoli del brand, God of War ha inserito anche un piccolo sistema di gestione dell’inventario, dove il giocatore ha la possibilità di acquistare, forgiare e potenziare alcuni pezzi di armatura (busto, braccia, cintura, talismano) o dell’arma (abilità, pomo). Questi potenziamenti migliorano le caratteristiche del nostro alter ego, regalandogli anche un discreto livello di caratterizzazione.

La cosa più bella della Midgard creata per God of War è che ogni elemento trasuda mitologia, o comunque mette in mano al giocatore tantissimi hint di questa traccia di storia. Nel nostro viaggio verso la fine incontreremo personaggi importanti e non, potenzieremo il nostro inventario e andremo ancora oltre, grazie a un end-game che difficilmente ci farà dire addio ai due protagonisti.

UN LUSSO PER GLI OCCHI

Tecnicamente il gioco ha veramente tanto da raccontare. Anche se non ho avuto la possibilità di spingerlo al massimo con una PS4 Pro, posso dire che anche in versione “normale” il gioco è uno spettacolo per gli occhi, una vera e propria ode ad un’ambientazione ricchissima di dettagli, dove ogni elemento sembra funzionare egregiamente.

Il comparto d’illuminazione, gli effetti scenici e soprattutto la stabilità del framerate permettono a chiunque di godersi il gioco dall’inizio alla fine senza la minima interruzione, con texture in grado di valorizzare praticamente ogni scenario realizzato per l’occasione.

Anche il doppiaggio in lingua nostrana non mi è dispiaciuto, tranne che per la voce di Atreus.


pipboy lovePRO: God of War è uno di quei giochi che non può mancare dalla vostra libreria videoludica. E’ un viaggio, è un emozione indescrivibile, è un qualcosa che vale la pena vivere una volta nella vita. E’ il salto che ognuno di noi dovrebbe fare!

CONTRO: Fatela finita e andatelo a comprare … subito!

Autore dell'articolo: Simone Rampazzi

Videogiocatore sin dalla tenera età, ha cominciato il suo viaggio dalle console di vecchissima generazione per approdare al PC Gaming più estremo. Fedele sostenitore del retrogaming, ama gli RPG e gli RTS e cerca, allo stesso tempo, di diversificare la sua dieta con generi sempre diversi di videogiochi.

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