BEN BRODE LASCIA: PUO’ UN GIGANTE RIMANERE SENZ’ANIMA?

La notizia è di qualche giorno fa: Ben Brode, il lead director di Hearthstone, ha deciso di separarsi da mamma Blizzard per gettarsi in una nuova avventura.

Nel suo post (che potete trovare a questo link) dopo un accorato ringraziamento per gli anni passati alla guida del Team 5 e di Hearthstone, l’uomo con la risata più bella del mondo ci ha lasciato con ben poche informazioni, dicendoci solo che a questo punto della sua carriera ha sentito l’esigenza di ritornare ad un ruolo più operativo e meno istituzionale.

 

La sua nuova avventura? Creare una nuova compagnia, ancora non è dato sapere se produrrà videogiochi o no.

Appresa la notizia non posso nascondere di essere rimasto quanto meno scosso da quanto letto.

Ovviamente la community di Hearthstone è stata immediatamente pervasa da una sorta di furore messianico, dividendosi tra coloro che aspettavano ed auspicavano la dipartita di Brode (la maggior parte) come l’unica panacea che potesse curare il male endemico del loro gioco di carte preferito (parleremo anche di quale riteniamo essere questo male più avanti in questo articolo) e coloro che all’opposto sono sinceramente preoccupati da questa notizia (come il sottoscritto) e che guardano all’avvenimento come un importante punto di svolta del complesso sistema ed equilibrio di forze all’interno del quale Hearthstone si inserisce.

THERE WAS AN IDEA…

Per parlare con cognizione di causa di cosa Ben Brode abbia rappresentato per Blizzard (e di rimando di cosa Hearthstone rappresenti tutt’ora per il mondo videoludico in generale) non possiamo non partire da una premessa che prende le sue mosse dalle origini del gioco di carte di mamma Blizzy.

Ah, avete notato l’intro del paragrafo? Sì, anche noi stiamo urlando come adolescenti ad un concerto di Justin Bieber dopo la visione dell’ultimo film degli Avengers. Una prima recensione (no spoiler, ovviamente) la potete leggere sulle nostre pagine, ma di sicuro ne riparleremo in futuro quando tutti avranno visto il film.

Qual era questa idea? Era questa l’idea:

Potete anche confessarlo: avete comprato anche voi le bustine di questo gioco?

I giocatori meno navigati probabilmente non ricorderanno questo gioco, anzi, non ne avranno mai sentito parlare.

E per fortuna, perché noi invece lo ricordiamo benissimo.

World of Warcraft: the Trading Card Game è stato un gioco la cui bruttezza è stata superata solo dalla sua ingiocabilità.

Eppure, se il gioco di carte di Warcraft non avesse visto la luce, oggi non avremmo tra le mani quel gioiellino di Hearthstone.

Correva l’anno 2006 e Blizzard sviluppò quest’idea con un unico obiettivo, nemmeno troppo velato: aggredire in un mercato diverso da quello di provenienza un altro mostro sacro dell’industria ludica, la “Wizards of the Coast” e il suo “Magic the Gathering”.

Perché, vi chiederete voi?

Perché per funzione d’uso Magic era uno dei principali competitor dell’altro grande gioco di Blizzard, da cui il neonato TCG prendeva il nome: per l’appunto World of Warcraft.

Il piano era semplice: due cose le sappiamo fare con i giochi (e all’epoca non ancora eravamo ancora in grado di prevedere quello che sarebbe stato il terrificante successo senza precedenti della punta di diamante della Blizzard), prendiamo la lore e quanto di buono fatto con WoW e creiamo un gioco di carte che possa battere Magic.

Cosa poteva andare storto? Più o meno tutto.

Il gioco uscì, ma dopo un primo momento di entusiasmo venne immediatamente passato nel dimenticatoio e Magic rimase lì dov’era e dove è ancora oggi, incontrastato leader di un mercato solo lateralmente collegato a quello di Blizzard.

Sapersi rialzare dopo una caduta è la dote dei grandi. Quello che ancora non sapevamo era che a rialzarsi sarebbe stato un gigante.

2014: THE CARD KNIGHT RISES

8 anni dopo, dalle ceneri dell’orrido gioco di poc’anzi, nacque Hearthstone; la neonata creatura di casa Blizzard venne affidata alle cure del neonato Team 5 e di un giovanissimo ma promettente game designer: il nostro Ben Brode.

Il gioco ebbe almeno inizialmente un’accoglienza poco più che tiepida da parte del pubblico, memore dello strafalcione del TCG di WoW. Eppure, c’era qualcosa di magico in quel gioco, che in qualche modo piaceva un po’ a tutti.

Il paragone ancora una volta era di quelli pesanti tonnellate: ma Hearthstone è meglio o peggio di Magic? La risposta di Blizzard fu probabilmente la più intelligente:

E’ diverso.

Hearthstone era riuscito nel compito in cui aveva fallito WoW TCG, ovvero mischiare quanto di buono c’era nelle conoscenze di design di Blizzard con le logiche di un gioco di carte.

Il risultato fu un gioco immediato, dalle meccaniche estremamente più semplici del figlio prediletto di Wizards ma altrettanto profonde e con una dose di alea (croce e delizia di questo gioco) che Magic non avrebbe mai potuto permettersi.

Il gioco incontrò le esigenze di un pubblico che solo all’apparenza potremmo definire più “casual” ovvero un gioco più veloce, in cui una partita durasse davvero pochi minuti, che non richiedesse le infinite conoscenze necessarie a Magic e, soprattutto, di non doversi muovere da casa.

Il successo fu sensazionale: Hearthstone in pochi anni è riuscito a raccogliere un bacino di player di più di 70 milioni ed ha superato con successo una delle prove più ardue per un gioco di questo genere, quel calo di “hype” che tante vittime ha mietuto nel corso del tempo (tra quelle illustri, non possiamo non citare Gwent).

Hearthstone ha avuto un’enorme forza, forza di cui attualmente vediamo ben poche manifestazioni non solo nell’ambito dei TCG, ma nell’industria videoludica tutta in generale: quella di innovare.

Le sue meccaniche folli, inaccettabili per i puristi del genere, hanno avuto la forza di ridefinire i canoni con cui oggi pensiamo ai TGC (togliendosi, per altro, anche la soddisfazione di dare finalmente una sonora svegliata a Magic).

Per farla breve, a fronte delle esigenze mostrate dai consumatori e dell’evolversi del mercato videoludico e non in generale, a parere di chi scrive oggi è Hearthstone il gioco da battere, non più Magic, che a distanza di anni si trova per la prima volta a rivestire il ruolo di competitor e non di leader.

Magic Arena anyone???

UNA RISATA VI SEPPELLIRA’ TUTTI

Il Team 5 è stato l’autore di questo inaspettato e formidabile successo.

Successo che è valso al team innumerevoli riconoscimenti e record, al punto da chiedersi per la prima volta se non siano loro il vero fiore all’occhiello di casa Blizzard e non più i developer di World of Warcraft,franchigia che per altro ha accompagnato la dicitura di Hearthstone fino a tempi recentissimi, essendo il nome originale del gioco “Hearthstone: Heroes of Warcraft.

Come si inserisce in questo idillio la figura di Ben Brode?

Credo vi sia un paragone che vale più di mille parole. Qual è il primo nome che vi viene in mente se vi dicessi Oasis?

Ok, su queste pagine la risposta potrebbe essere Spielberg, ma non mi riferisco a Ready Player One, bensì al famosissimo gruppo musicale.

Probabilmente la risposta è uno dei due fratelli Gallagher. E se vi dicessi Rolling Stones? Probabilmente Mick Jagger. U2? Bono Vox.

Allo stesso modo se oggi diciamo Hearthstone, pensiamo immediatamente a Ben Brode e alla sua risata.

Brode ha rivestito fino ad oggi il ruolo di frontman del Team 5, identificandosi di conseguenza con la creatura partorita dalla mente del suo team.

Ecco il Team 5 nel 2013, poco prima dell’uscita di Hearthstone.

Ben Brode fino a questo momento è stato la figura di riferimento che il mondo ha avuto parlando di Hearthstone: la sua faccia è quella che appare durante le presentazioni, durante i video update, al BlizzCon e ad ogni altra occasione istituzionale in cui è Hearthstone il protagonista.

Per sillogismo, se è vero che è il team ad aver fatto andare per mare la nave di Hearthstone, Ben Brode è sicuramente il capitano che ne ha tracciato la rotta verso il suo enorme successo.

Credo davvero sia una questione di faccia, non solo nel senso letterale della parola, in quanto Ben Brode è colui il quale ce l’ha messa anche quando le cose non sono andate bene e c’è stato il giusto momento delle critiche.

È stato un leader oltre che un capo ed è riuscito per altro in un compito forse ancora più arduo del dover controllare Hearthstone in quanto gioco, ovvero controllare Hearthstone in quanto community.

La community del gioco è infatti sempre stata ben poco clemente con il buon Ben, ritenendolo l’artefice di ogni male del gioco e dei suoi problemi di bilanciamento.

Ma è davvero questo il problema? È davvero questo, anzi LUI, il male che affligge Hearthstone?

Io credo di no. Hearthstone ha problemi di bilanciamento ed è “schiavo” del cosiddetto “meta”, ma non lo è meno di TUTTI i giochi di carte esistenti nel mondo. Anche Magic. Anche GWENT. Anche il gioco di carte di Plants vs Zombies. Pure il Burraco ce l’ha il meta se vai a vedere.

Il vero problema di Hearthstone, o meglio della sua community, può essere riassunto come segue:

La community di Hearthstone è fatta da gente a cui piace lamentarsi di qualunque cosa, a prescindere dal prodotto che viene loro offerto.

Ben Brode è stato lo scudo che ha fatto da filtro tra il suo team e questo bailamme di detrattori, i quali non hanno mai avuto un vero motivo per criticare l’operato del suo designer, tranne uno: essere tremendamente scarsi al suo gioco.

Questo è il vero problema di Hearthstone: pur essendo un gioco arrivato al rango di essere definito come eSport, la gran parte della sua community è fatta da giocatori occasionali che avrebbero da ridire anche giocando a prato fiorito.

Essendo però un gioco digitale il veicolo della comunicazione è anch’esso digitale, quindi tutto è più grande, più chiassoso, e lo sono conseguentemente anche le critiche.

Con questo tengo a precisare di non voler fare di tutta l’erba un fascio: Hearthstone ha avuto ed ha problemi in termini di struttura e giocabilità, come è normale che sia a mio avviso per un gioco del genere, e sono stati tanti anche i cosiddetti Pro a muovere critiche al Team 5 in merito nel corso del tempo.

Queste sono però le critiche che hanno fatto da humus alla crescita del gioco, sono critiche sane, sarebbe un problema enorme se non ci fossero e, quando vi sono state, sono sempre servite da spunto di riflessione e miglioramento.

No, non quelle per Ciciazampa, quello lo criticate perché non avete le mani (come già spiegato in questo articolo)

MORTO UN PAPA SE NE FARA’ UN ALTRO?

Hearthstone ora è chiamato alla sfida più difficile della sua breve e splendente storia: tenersi da solo sulle sue gambe.

Arriva un momento in cui vi sono cambi generazionali che segnano cambiamenti profondi, dai quali non è detto si esca indenni: vale per le aziende, vale per i figli, vale per i videogiochi.

Nella mia visione romantica delle cose, le storie di vero successo sono quelle che rendono il confine tra aziende, prodotti e figli labile al punto di non essere quasi più riconoscibile.

Ed è in questa visione che credo debba essere delineato il rapporto tra Hearthstone e Ben Brode, un rapporto padre figlio dove il secondo è chiamato ora a tracciare la sua strada con le proprie forze.

Per riprendere il paragone con i gruppi musicali, sono molto pochi quelli sopravvissuti alla separazione con il loro membro più iconico. E nell’industria videoludica v’è più di qualche esempio illustre di avvenimenti di questo tipo (giusto per citare il più famoso, il divorzio tra Kojima e la Konami e quella monnezza di Survive che ho problemi anche solo ad avvicinare al nome Metal Gear).

Dubito fortemente che questo caso sarà differente, ma Blizzard nel corso degli anni mi ha stupito in modi che non avrei nemmeno immaginato, al pari solo della forza creativa di Nintendo.

Vorrei chiudere questa riflessione con una mia personale considerazione: credo sia stato molto ingiusto il trattamento riservato dalla gran parte della community di Hearthstone a Ben Brode, non solo per il suo ruolo istituzionale, ma soprattutto per la sua storia professionale.

Brode era un nerd come noi, senza un soldo e la passione per i videogiochi.

Consegnava le pizze per guadagnare qualcosa ed è così che ha conosciuto i ragazzi che lavoravano in Blizzard. Entrato nelle loro simpatie, si è ritagliato un posticino come tester notturno per Warcraft 3. Si è fatto strada in questo mondo partendo nemmeno dal gradino più basso della scala, ma dal sottoscala: oggi, dopo 15 anni, lascia Blizzard da leader del Team 5 per gettarsi in una nuova avventura.

Badate bene, qualcosa deve essersi rotto: è notizia ancor più recente che un altro pezzo grosso del team di Hearthstone, l’Executive Producer Hamilton Chu, abbia lasciato Blizzard, probabilmente per seguire Ben nella sua nuova avventura. Anche qui, i più attivi leoni da tastiera della community di Hearthstone hanno ipotizzato complotti che i Rettiliani e Terrapiattisti levatevi proprio, chi crede che Ciciazampa sia la causa di tutto questo, chi pensa che sia stato sollevato dal suo incarico.

Io credo che la questione non sia in questi termini e che al più il maggior problema di Hearthstone al momento si chiami Fortnite, ma non è questa la sede per parlarne.

Io credo che le persone come Brode siano quelle di cui il mondo dei videogiochi ha, come mai prima d’ora, disperatamente bisogno, perché hanno sogni e una storia, una bella storia, da raccontare.

A fronte di una storia così, le critiche stanno a zero: in bocca al lupo per la tua nuova avventura Ben, una risata ci seppellirà tutti.

La sua risata ci mancherà

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