Con Burnout è stato amore a prima vista sin dal 2001, anno in cui giocai il primo capitolo della serie su quel gioiellino chiamato GameCube; da quel momento in poi non ne ho saltato nemmeno uno. Il culmine di questo amore verso i takedown si è però manifestato solamente nel 2008, anni di uscita di Burnout Paradise.

Il titolo sviluppato da Criterion portava per la prima volta all’interno del franchise il concetto di open world, grazie a quella splendida cittadina di nome Paradise City. A distanza di dieci anni dalla prima apparizione non mi sono tirato indietro e ho provato a passare nuovamente qualche ora in quella metropoli che faceva da sfondo a furiosi incidenti, salti esagerati e sfide di pura velocità.

 

TAKE ME DOWN TO THE PARADISE CITY

Dieci anni sono tanti per un videogioco. Con due lustri sulle spalle molti giochi hanno dimostrato di non riuscire ad invecchiare benissimo, e quello che una decade prima ci sembrava una “figata atomica”, nel presente può trasformarsi in un revival dal retrogusto piuttosto amaro.

Come sempre però ci sono le eccezioni e, nonostante qualche problema emerso durante le mie ore passate nella città del paradiso, devo ammettere che il ricordo del takedown selvaggio, esagerato e creativo, l’ho ritrovato in tutta la sua spigolosa essenza.

Il prodotto di Criterion è invecchiato come un buon whisky. Girare per le strade di Paradise riesce ancora a far emergere il grandissimo esercizio di stile che gli sviluppatori hanno applicato nella costruzione di strade, salti, rampe e oggetti da demolire. Tutto è perfettamente amalgamato, e la voglia di tornare a distruggere cancelli, effettuare takedown in volo o completare quella dannata sfida a tempo, da semplice ricordo si trasforma in poco tempo in una rinnovata sfida personale.

A questo poi si aggiungono tutta una serie di elementi che rendono ancora più appetitosa questa portata videludica a tutti coloro che non hanno avuto modo di giocare nella sua interezza il titolo. Penso a tutti i DLC usciti e compresi in questo pacchetto; compresa quella Big Surf Island che più che un’isola aggiuntiva, ancora oggi ricorda un parco giochi con cui divertirsi, facendosi guidare unicamente dall’estro e dalla fantasia.

Di certo qualche miglioria è stata fatta!

Certo, non tutto invecchia alla perfezione, e qualche macchia qua e là l’ho notata pure io. La rivisitazione di alcune gare per via dell’immediata integrazione con l’isoletta sopracitata; una struttura che innegabilmente è orfana di una serie di “comodità” introdotte dai racing game più recenti; e una mancanza abbastanza importante di traffico cittadino.

Ma allora perché tornare a visitare questo luogo di perdizione motoristica? Beh, perché grazie al lavoro svolto sotto il profilo tecnico, ora per le strade di Paradise City si respira a pieni polmoni l’essenza di quello che ai tempi avrebbe davvero voluto essere Burnout. Una sorta di lettera d’amore alla velocità, e a quella essenza più pura della creatività.

Ecco quindi che i 60fps stabilissimi sono il più grande regalo che si potesse fare a questo gioco, a cui si somma una risoluzione migliore che arriva persino ai 4K se siete possessori di Xbox One X o PS4 Pro.

Con questi “regali” Burnout Paradise vi tende davvero una mano verso un mondo pensato e realizzato soprattutto per divertire, nel modo più genuino possibile. Niente fronzoli, niente tecnicismi e velleità simulative, solamente tanta, tantissima velocità.

Se non avete mai fatto un giro per le strade di questa cittadina, il consiglio che vi dò è quello di stringere forte il pad tra le mani e andare a scassare qualche carrozzeria giù a Paradise City, con due o quattro ruote non fa differenza. Il divertimento è assicurato.


Pipboy OkPRO: Burnout Paradise gira a 60 fps al secondo e con risoluzione migliore; inoltre sono presenti tutti i contenuti in un unico pacchetto.

CONTRO: qualche segno del tempo purtroppo si vede.

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Giocatore onnivoro. Amante dei boardgame anche se non vince mai. Un amore smisurato per il cinema. Insomma, ho tutte le malattie di questo mondo. Con tanta dedizione, ed un po di culo, sono riuscito a farlo diventare il mio lavoro. Qui però posso sproloquiare alla grande.

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