Non è facile entrare in sintonia con una certa tipologia di film. Sebbene le intenzioni siano, quasi tutte le volte, teneramente avide di buoni propositi, esiste un meccanismo contorto che purtroppo impedisce al messaggio di essere veicolato come si dovrebbe. Mi ricorda un po’ il mito della caverna di Platone, ma forse sto divagando.

Nel caso di Final Portrait, quinto film di Stanley Tucci per la cronaca, c’è l’intenzione di raccontare la vita dell’eccentrico Alberto Giacometti, precisamente all’epoca in cui dipinse il ritratto di James Lord. La scommessa di Tucci, al netto delle possibilità di una sceneggiatura comunque ben scritta, è quella di rappresentare sul grande schermo il processo creativo alle spalle della realizzazione di una grande opera.

 

Adattando il libro di memorie redatto dallo stesso James Lord, Tucci cerca di sfruttare tutti i 90 minuti della pellicola per raccontare la quotidianità dell’artista, votato essenzialmente a una vita sregolata, dove fuoriesce la sua natura eccentrica ricca di elementi anacronistici. In 18 giorni di sedute assistiamo a uno scambio di battute a cavallo tra il comico e il malinconico, dove il protagonista interpretato da Geoffrey Rush tira fuori un’ottima interpretazione piacevolmente accompagnato da Armie Hammer.

Sinceramente, almeno a mio avviso, si poteva sicuramente fare qualcosa di più al fine di sottolineare il rapporto fra i due protagonisti. L’impressione è che Tucci si sia voluto concentrare troppo sull’immagine evanescente di Giacometti, al punto di non donargli una forma concreta facilmente leggibile dallo spettatore in sala.

Il rapporto tra i due complici a lavoro sull’opera non si evolve mai fino in fondo, sembra piuttosto di assistere a un rapporto a distanza, dove i due si incontrano solo come pro-forma, lasciando noialtri come astanti passivi incapaci di immedesimarci nel contesto.

Come scritto all’inizio, non è facile entrare in sintonia con una certa tipologia di film, proprio come con l’arte o la filosofia. La relatività del contesto o del gusto sono parte integrante della definizione di arte stessa, poiché variano a seconda delle diverse epoche o dei diversi orientamenti critici.

È proprio per questa ragione che un film come Final Portrait non riesce a emergere, ed è un vero peccato, se non altro nei confronti dello stesso Giacometti. In questo senso, forse è proprio l’incompiutezza il vero tallone d’Achille del film.

La fotografia di Danny Cohen riesce comunque nell’intento di rispecchiare gli scenari parigini del tempo, regalandoci al contempo una piacevole palettatura di colori in linea con lo stato d’animo dell’artista.

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Pip boy indifferentePRO: Geoffrey Rush conferma la sua qualità innata di interpretare ruoli simili a questo, regalandoci tra l’altro un portrait visivo importante, grazie alla sua lieve somiglianza con Giacometti stesso.

CONTRO: Tucci ci ha provato, questo va detto, ma purtroppo Final Portrait non riesce a emergere come dovrebbe, motivo che restituisce un certo rammarico

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Videogiocatore sin dalla tenera età, ha cominciato il suo viaggio dalle console di vecchissima generazione per approdare al PC Gaming più estremo. Fedele sostenitore del retrogaming, ama gli RPG e gli RTS e cerca, allo stesso tempo, di diversificare la sua dieta con generi sempre diversi di videogiochi.

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