Alla fine mi ci sono perso tra le strade di Kamurocho.

In quel quartiere ho vissuto una storia appassionante, umana, sincera. Una di quelle storie che in alcuni momenti ti lasciano inerme, con il cuore sanguinante.

Ho imparato ad immedesimarmi in Kazuma Kiryu, scoprendo quanto l’empatia sviluppata con questo ragazzo virtuale, sia stata molto simile a quella vissuta con un suo esimio collega diversi anni fa: Ryo Hazuki.

Ho imparato a conoscere una serie che aveva solamente sfiorato la mia carriera da giocatore (proprio con questo primo capitolo, tanti anni fa) e che a distanza di undici anni è tornata prepotentemente a bussare alla mia porta.

RESPIRA I SAPORI, OSSERVA I COLORI

Nelle oltre 15 ore che compongono la storia principale, missioni secondarie escluse, non ho semplicemente giocato un titolo per PS4. No signori, niente di tutto questo.

Il remake (totale) di Yakuza è un passaggio verso una dimensione parallela che ti porta direttamente nel cuore del Giappone, e di una delle organizzazioni mafiose più conosciute al mondo.

La storia del clan Dojima – e di tutte le altre famiglie che ruotano attorno a loro – è una delle epopee  più amate e apprezzate nella storia recente dei videogiochi.

Il motivo?

Trovarne solo uno sarebbe davvero un compito arduo, e quindi preferisco dirvi questo: ci troviamo davanti ad uno di quei giochi in grado di  offrire una componente narrativa elevatissima

Tutto è dosato, bilanciato e diretto magistralmente. Intreccio, cut-scene, profondità caratteriale dei personaggi e relativi dialoghi, sono praticamente perfetti; non c’è nulla lasciato al caso, tant’è che  gli sviluppatori si sono presi addirittura il lusso di aggiungere nuovi contenuti visivi, per coprire quei piccoli buchi richiesti dai fan.

A questo si associa un gameplay che, grazie anche in questo caso a buone rifiniture, risulta invecchiato benissimo. Anche in questo caso ho trovato il giusto bilanciamento tra le fasi esplorative all’interno del quartiere e i combattimenti che contemplano l’utilizzo di 4 differenti stili, intercambiabili tra loro in qualsiasi momento. 

Non manca poi l’elemento ruolistico, utile per aggiungere quel tocco di profondità ad un titolo che offre già molto. Quattro rami di abilità (soul, tech, body e dragon) per rendere Kazuma ancora più personale, mettendolo così nella condizione di essere sempre più vicino al giocatore.

Non è però il gameplay quello che più mi ha colpito di Yakuza Kiwami.

A fare breccia nel mio cuore è stata quella sensazione di appartenenza al quartiere di Kamurocho. È come essere lì. Budelli di strade macchiate da pozzanghere, all’interno delle quali si rifletto le luci al neon di ristoranti, palazzi ma soprattutto locali di perdizione.

Un quartiere in cui si respira tutta la distorsione di una realtà difficile da comprendere per noi occidentali, ma all’interno della quale riusciamo comunque ad immedesimarci.

Kazuma vive il suo quartiere. Si ciba di quello che gli da. Si diverte con freccette, bowling, karaoke e persino giochi di carte ( il folle Battle Bug Beauties, ragazze che combattono vestite da insetti) o le famose Mini4WD della Tamiya, qui senza nome ufficiale, ma facilmente intuibili.

Un ritmo perfetto, scandito dal tempo, dallo spazio ma sopratutto da missioni secondarie che ci capitano addosso, in maniera del tutto casuale. Una conferma ulteriore di come, Kamurocho, non è un ambiente, un livello o semplice setting videoludico. No.

Il quartiere è un posto da vivere, assaporare, curiosare con gli occhi di chi vuole scoprire e si nutre del piacere di assaporare le cose nuove. Ci si può perdere in quelle strade.

Tutto questo, ovviamente, è possibile grazie anche ad un comparto visivo e tecnico di assoluto spessore, che offre il dovuto rispetto ad un titolo che ha fatto scuola.

Tutti i modelli poligonali sono stati rivisti, così come l’ambiente, l’illuminazione e ovviamente i tempi di caricamenti. A rimanere invariato è invece il sistema di salvataggio, totalmente manuale. Un piccolo tocco vintage, tutto sommato neanche troppo fastidioso.

SÌ O NO?

Sì, decisamente sì. Yakuza Kiwami – insieme a Yakuza 0 – può diventare il trampolino di lancio verso un’epopea narrativa e ludica che ha pochi eguali nel videogioco moderno. L’unico limite può essere l’ostacolo della lingua, dato che il gioco è sottotitolato solamente in inglese.

Tolta questa piccola postilla però, immergersi per la prima volta (o per la seconda!) all’interno delle strade di Yakuza è un piacere che tutti meritano di potersi godere, a maggior ragione se i difetti della versione originale sono stati corretti per una esperienza ancora più appagante.

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Giocatore onnivoro. Amante dei boardgame anche se non vince mai. Un amore smisurato per il cinema. Insomma, ho tutte le malattie di questo mondo. Con tanta dedizione, ed un po di culo, sono riuscito a farlo diventare il mio lavoro. Qui però posso sproloquiare alla grande.

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