<<Rapture: la visione di un uomo, la salvezza dell’umanità.>> 

Andrew Ryan

 

Sono passati dieci lunghi anni da quel 24 agosto del 2007.

Una data che ha rappresentato, per il sottoscritto, un momento molto importante nella sua carriera di videogiocatore.

Quello è stato il giorno in cui, un molto più giovane Roberto, metteva le mani su Bioshock.

Ecco, adesso potrei raccontarvi di quanto il titolo sviluppato da Ken Levine sia stato importate per il settore; di quanto Bioshock rappresenti una pietra miliare nel mondo videoludico; di come Rapture sia non solo il punto di incontro di tante follie umane, ma un luogo incredibilmente affascinante da esplorare.

No, preferisco non farlo. Di questo ne hanno già parlato un sacco di bravissimi colleghi al tempo, e negli anni immediatamente successivi all’uscita.

Voglio soffermarmi su altro, invece. Voglio raccontarvi dei MIEI momenti particolari accaduti all’interno di questa intrepida e appassionante avventura; quelle sensazioni personali che mi hanno fatto letteralmente emozionare, lasciandomi a bocca spalancata, facendomi cadere il pad dalle mani, esattamente come fece il primo Halo o il primo Metal Gear Solid.

Voglio raccontarvi del mio primo incontro con Rapture. Una intro emozionante, unica, che si radica all’interno del cuore e non esce più. A distanza di anni è ancora lì limpida nella mia memoria, in ogni suo singolo passaggio; esattamente come il primo arrivo nel laboratori della Black Mesa. Indimenticabile.

Non è solo questo però. Nell’architettura di quel folle quanto lucido sogno utopico chiamato Rapture, troviamo l’incredibile voglia di osare di Levine e di Irrational. La necessità di spingersi oltre, la volontà di offrire un contesto visivo che fosse di supporto ad un plot narrativo maturo, importante e estremamente complesso nelle sue intenzioni psicologiche.

Mai come in altri titoli in passato (eccetto forse Half-Life) la mia curiosità aveva toccato vette così elevate. Era come stare in un negozio di caramelle putrido, maleodorante e dalle tonalità grigie: ma dannatamente affascinante. 

Ero ossessionato dai diari. Volevo sapere tutto di quel posto, di Ryan, di Fontaine, sull’ADAM e sui ricombinati. Volevo cibarmi di tutte quelle nozione anche solo abbozzate dal gioco.

Bioshock fu il primo titolo a spingermi a studiare: Grazie a lui scoprii la corrente dell’oggettivismo e su come questa corrente rientrasse perfettamente nella visione individuale e capitalista di Ryan. Avevo sfondato la parete del metagioco, Bioshock era diventato molto più. Qualcosa di cui dovevo costantemente nutrirmi

E poi ovviamente c’erano loro. La coppia videoludica che ad oggi, più di Mario e Peach, mi è entrata nel cuore: le sorelline e il Big Daddy. Visioni affascinanti, animazioni fantastiche e quell’istante che rimane lì con te per sempre: il momento in cui spalanchi la bocca, rimani tra lo stordito e l’incredulo, e pronunci:”che figata!”. Questo vale più di qualsiasi discussione, più di qualsiasi discorso oggettivo sul videoludo; qui si parla di emozioni.

Certo, poi c’era tutta la componente ludica e tra componenti ruolistici e FPS, tutto si integrava in maniera perfetta. La differenza, rispetto a molti altri titoli, è che il gameplay si innestava all’interno di un contesto già perfetto. Bioshock, lo ammetto candidamente, con molta probabilità l’avrei amato anche solamente fissandolo. Come si fa con un quadro.

Il gameplay ha quindi semplicemente sigillato un’esperienza che non dimenticherò mai più nella vita, ed in cui, ogni tanti, mi fa piacere immergermi nuovamente, sentendone quasi la mancanza.

In Rapture, nella sua storia, nella visione di Andrew Ryan, nel rapporto tra le sorelline e i Big Daddy si vedeva (all’epoca) la fulgida volontà di un media che voleva urlare al mondo la sua maturazione, che cercava la sua emancipazione, che era pronto a dire senza paura:”anche qui, come nei libri, nei fumetti o nei film, possiamo raccontare grandi storie di spessore morale.

Bioshock ha rappresentato un gradino fatto dal media verso la maturazione; è stato un gioco in grado non solo di divertire, ma soprattutto di dimostrare. Cosa che forse è mancata ai suoi successori (per quanto Infinite rimanga validissimo!).

Bioshock, più di molti altri, è stato il titolo che mi ha fatto capire che non avevo sbagliato, che tutti noi appassionati non avevamo sbagliato.

È vero che i videogiochi, come i film, i libri, la musica e molte altre cose ancora, scandisco i momenti della nostra vita e i nostri ricordi. Ogni generazione ha i suoi prodotti, i suoi titoli, quelle cose che, guardandole, ti rimandano ad immagini ben chiare e momenti ancora vivi nella tua memoria.

Tra questi ci sono poi delle perle, dei “prescelti” che trascendono il tempo e lo spazio. Il videogioco di Levine ha avuto questo privilegio e responsabilità, sfruttandola in maniera egregia.

Bioshock ha dimostrato, più di tanti altri, che i videogiochi possono avere un’anima!

Beh, tanti auguri Bioshock! 

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Giocatore onnivoro. Amante dei boardgame anche se non vince mai. Un amore smisurato per il cinema. Insomma, ho tutte le malattie di questo mondo. Con tanta dedizione, ed un po di culo, sono riuscito a farlo diventare il mio lavoro. Qui però posso sproloquiare alla grande.

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