Raccontare”The Town of Light” non è un’esperienza semplice.

Ho usato la parola raccontare perché mi è sembrata la più indicata, in quanto fare una recensione mal si adatta al titolo della software house italiana LKA.

Town of Light è un viaggio nella psiche umana, alla scoperta di un mondo che molti di noi fanno finta di non vedere perché non toccati da vicino, ossia quello delle malattie mentali.

Da questo punto di vista, il primo titolo che mi è venuto in mente mentre giocavo a Town of Light è stato “That Dragon, Cancer”, visto che entrambi i “giochi” trattano, per l’appunto, di temi assolutamente di non facile lettura, da non prendere assolutamente sottogamba.

Già uscito tempo tempo fa su PC, abbiamo avuto la possibilità di provare la versione su PS4 uscita il 6 giugno sia in versione digitale che fisica, con il supporto di Wired Production e THQ Nordic.

LA STORIA

La storia di Town of Light è ambientata in un ospedale psichiatrico sito in Volterra, Toscana, costruito nel 1887.

L’edificio è stato costruito con lo scopo di aiutare le persone con problemi mentali fino alla sua chiusura da parte del governo italiano con la Legge Basaglia nel 1978 (con susseguente riforma del trattamento per i malati mentali).

Ma la storia non ci racconta questo. L’ospedale psichiatrico nel corso degli anni è diventato una sorta di prigione, dove erano in “cura” oltre 5000 pazienti, dove spesso si rinchiudevano non solo i veri malati di mente, ma anche gente scomoda a livello politico o sociale.

Di fatto, in questi luoghi non si cercava più di curare i residenti, ma di far sparire semplicemente il problema.

Quelli che dovevano essere infermieri, erano praticamente diventati dei carcerieri, che in molti casi provavano anche piacere nel loro nuovo ruolo, abusandone fino a sfociare nella violenza.

Se la chiusura del manicomio ha sancito la cessazione di questi orrori, nulla ha potuto fare per i pazienti che negli anni hanno subito maltrattamenti fisici e psicologici al suo interno.

Proprio da questa premessa parte la storia di Town of Light.

Il giocatore si ritrova a vestire i panni di Renee, una ex-paziente che, tornando in questi luoghi, vuole ricostruire le memorie di quanto le accaduto quando è stata “ospite” della struttura. In un alternarsi di momenti onirici tra vita odierna e flashback del suo passato, il suo proseguire nelle stanze ormai abbandonate del manicomio diventa sempre più difficile,al punto di diventare addirittura difficile distinguere una visione dall’altra.

Town of Light Sketch

Gli sketch in bianco e nero, con questo stile molto particolare, sono di grandissimo impatto

La storia di Renee non è “spaventosa” nel senso classico del termine, come quando pensiamo ad un survival horror alla Resident Evil (quindi se state cercando il classico gioco dove poter prendere a “calci in culo” il male, potete anche andare oltre), ma se state cercando qualcosa che vi possa emozionare, far arrabbiare se non addirittura disgustare per gli orrori che andrete a rivivere, Town of Light è il titolo perfetto per voi.

Parlo di disgusto perché nel corso del gioco, la storia che andrete a ricostruire di quanto sia accaduto alla giovane Renee sono cose che nessun essere umano dovrebbe sopportare, figuriamoci un’adolescente.

Confusa, lasciata a sé stessa, abusata, Renee nel corso dell’avventura cercherà aiuto per “sopravvivere” all’interno di questo inferno, ma non ne troverà.

L’istituto in cui è stata rinchiusa è ha al suo interno un insieme di persone che, chi deliberatamente in maniera quasi sadica, chi invece per semplice negligenza anche se spinto da buone intenzioni, falliranno nel compito che era di loro competenza, finendo per peggiorare lo stato mentale e fisico della nostra protagonista.

Il tutto per raccontare, quasi denunciare, un sistema per le cura delle malattie mentali che non solo non funzionava, ma che addirittura risultava più dannoso che utile per i pazienti (fino a giungere a pratiche che andavano a ledere i diritti umani come la tortura, violenze sessuali o la lobotomia).

Fondamentale è ricordarci che gli eventi narrati in Town of Light non sono frutto di una fervida, sebbene perversa, immaginazione, ma un triste e veritiero resoconto di quello che è stata per anni la semplice realtà nel mondo degli ospedali psichiatrici italiani.

Da questo punto di vista bisogna fare un plauso ai ragazzi di LKA che hanno creato un gioco che non solo permette di fare luce su un argomento così delicato, ma lo fa in una maniera tale che, sebbene susciti pesanti reazioni nel giocatore, non risulta mai fuori luogo o offensivo nella sua narrazione. Di orrori se ne vedranno tanti, ma ognuno avrà un ruolo fondamentale per dare un senso di completezza alla storia che Town of Light vuole raccontare.

Di certo l’ambientazione in cui si svolge Town of Light aiuta tantissimo a creare questo senso di disagio che esso ci vuole trasmettere.

La ricostruzione dell’ospedale psichiatrico di Volterra (di cui vi consiglio di leggerne la storia per capire un pò meglio quello di cui stiamo parlando) è uno degli elementi che maggiormente contribuisce a questo scopo ed infatti rivisitando le stanze della struttura ci saranno tanti particolari che testimoniano quanto di orrendo sia capitato li’ dentro, dalle sedie per le visite ginecologiche (utilizzate per pratiche di aborto forzate, necessarie a causa degli stupri subiti dalle pazienti da parte degli infermieri che lavoravano nell’istituto) o all’attrezzatura per l’elettroshock o strumenti utilizzati per effettuare le lobotomie (senza quindi considerare poi le azioni compiute per puro gusto sadico da parte del personale all’interno del manicomio).

Town of Light Corridoio

Gli ambienti aiutano perfettamente a creare l’atmosfera necessaria a raccontare la storia di Renee

Il gioco è una via di mezzo tra un walking simulator e un’avventura grafica. Infatti la mancanza di una vera e propria interfaccia ci permetterà di interagire solo con determinati oggetti che sbloccheranno nuovi parti della storia, ma d’altronde non è di certo sul gameplay che Town of Light vuole impressionare.

Il gioco scorre via in maniera abbastanza lineare facendoci spostare da un’ala all’altra della struttura, senza particolari intoppi o veri e propri enigmi di difficile risoluzione.

L’unico vero momento di interattività è composto dalle scelte effettuabili in particolari momenti (solitamente al ritrovamento di qualche oggetto che sblocca le memorie della protagonista) che permetteranno al giocatore di capire meglio il personaggio di Renee e avere maggiori informazioni su quanto le sia accaduto durante la sua permanenza.

GIUDIZIO TECNICO

Non ho personalmente provato la versione su PC, ma devo dire che il lavoro su PS4 fatto dalla software house italiana LKA è sicuramente di buon livello.

Come già detto, la ricostruzione dell’ospedale psichiatrico di Volterra è encomiabile e, sebbene gli arredamenti interni non siano quelli reali (ma ovviamente adattati per esigenze di sceneggiatura), la struttura  è stata studiata attentamente e riprodotta in maniera fedele, tanto è vero che dopo aver giocato a Town of Light ci si potrebbe facilmente orientare all’interno dell’ex-manicomio.

Town of Light Ospedale

Questo è il vero ospedale, fotografato da Cristiano Montagnani. Come potrete notare la cura dei dettagli è maniacale

Graficamente non siamo di certo di fronte ad un capolavoro visivo, ma la visuale in prima persona, combinata con gli ambienti decrepiti, molto spesso bui e angoscianti (soprattutto in alcuni passaggi), espletano perfettamente la loro funzione di creare quel senso di paura che pervade tutto Town of Light.

Proprio gli effetti di illuminazione sono la parte grafica che risalta in maniera più positiva (d’altronde l’unico oggetto che avremo a nostra disposizione per tutto il corso della storia è una torcia), mentre le texture, soprattutto degli esterni, potevano essere sicuramente rifinite meglio (ma ricordiamo sempre che stiamo parlando non di una grande software house, ma di un piccolo studio indipendente).

La musica gioca un ruolo fondamentale in molte scene, come è palese fin dalla toccante, triste e melanconica melodia che ci accompagna nella parte introduttiva del gioco, anche se in alcuni punti sembra stonare o quanto meno interrompere il naturale scorrere della narrazione (ma è un parere molto personale,  di certo di poco conto sul giudizio globale).

Non volendo essere un gioco dai mille segreti, ma piuttosto un’esperienza di vita vissuta molto diretta, la durata del titolo è abbastanza contenuta (nell’ordine di poche ore di gioco), anche se da dire che vi è un minimo di rigiocabilità data dalla possibilità, attraverso il menù di selezione capitoli, di poter esplorare i differenti percorsi narrativi che si snodano in quei pochi momenti in cui, in seguito alle scelte effettuate dal giocatore quando troverà diari, cartelle cliniche o foto, ricostriuiremo la storia di quanto sia accaduto a Renee.

GIUDIZIO EMOTIVO

Molto più importante del giudizio tecnico in un titolo del genere è sicuramente quello emotivo.

LKA ha creato una storia che vuole suscitare reazioni nel giocatore e da questo punto di vista il risultato è perfettamente raggiunto, in quanto lo scorrere della trama ci porterà ad entrare in sintonia con il personaggio di Renee e piano piano sentire sulla propria pelle (e vi posso assicurare che accadrà) tutto quello che ha provato e proverà nel corso dell’avventura.

Town of Light non è assolutamente un horror game, pieno di jump scares e momenti adrenalinici, ma lo vedo più come uno strumento di educazione ed insegnamento, che vuole portare luce su un argomento che la gente non conosce o fa finta di ignorare per non capire quanto sia veramente grande il problema.

Town of Light Bambola

Molte scene, come questa, vi porteranno a voler urlare ricordando che tutta la storia è reale

Considerazioni finali

E’ curioso come non molto tempo fa mi è capitato di assistere ad uno spettacolo teatrale diretto da Alessando Gassman intitolato “La pazza della porta accanto”, opera tratta dai racconti in prosa di Alda Merini,  ambientati nell’ospedale psichiatrico “Paolo Pini” di Milano che racconta degli anni di “detenzione” della scrittrice stessa nel periodo in cui le pratiche disumane raccontate in Town of Light erano la normalità.

Fui quindi internata a mia insaputa […] e quando mi ci trovai nel mezzo credo che impazzii sul momento stesso in quanto mi resi conto di essere entrata in un labirinto dal quale avrei fatto molta fatica ad uscire (A. Merini)

Le parole di Alda Merini mi fanno portare a credere che i ragazzi di LKA abbiano preso spunto proprio da queste storie per scrivere la sceneggiatura della loro avventura, visto l’evidente similitudine con il dramma che vive Renee durante l’evolversi della trama.

Difficile considerare Town of Light un gioco su cui dare un semplice giudizio complessivo, ma posso affermare con assoluta certezza che è un’esperienza che va vissuta, anzi consigliata, magari anche a livello scolastico per educare le masse ad una grande problematica come può essere quella della cura dei malati mentali e dei trattamenti terribili che per anni i pazienti hanno dovuto sopportare.

Town of Light è uno di quei titoli che sicuramente vi permetterà di aprire la vostra mente a nuove conoscenze, a nuovi modi di pensare e farvi capire che i veri incubi non sono quelli costellati di mostri o zombie, ma bensì quelli che molte persone vivono ogni giorno nella vita reale e di cui spesso ignoriamo l’esistenza.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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