Qualcuno di voi ha mai sentito parlare del ciclo arturiano? Quella leggenda secondo cui un ragazzo, erede del monarca Uther Pendragon, estrae una spada dalla roccia per diventare il re di Camelot? Quella in cui il mago Merlino gridava “Honolulu!” per fuggire al mare e non sentire più gli insulti del suo gufo Anacleto? Insomma ragazzi, chiunque ha letto, sentito parlare o visto un’opera tratta da queste leggende. Ce ne sono state a bizzeffe, ma veramente eh!

Il primo che mi viene in mente è il film diretto da Boorman nel 1981, in cui Merlino intonava canti promiscui per lanciare i suoi incantesimi; ma anche il lungometraggio d’animazione di Reitherman targato Disney ha un po’ “formato” la nostra conoscenza di questi personaggi mitici, concentrandoci maggiormente sull’infanzia dell’eroe e sul suo incontro con il mago Merlino.

Avendo tutto questo materiale a disposizione e, ovviamente, tenendo conto anche del mondo letterario, non è facile avvicinarsi a un prodotto che tratta questo ciclo di storie. Come non è facile, per un regista che ne deve “inventare” un’interpretazione convincente, ricreare la giusta narrazione utile a coinvolgere e sorprendere lo spettatore in sala. Quando si tratta però (ed è questo il caso) di Guy Ritchie, regista estroverso che ama giocare con il montaggio nei suoi film, un minimo di curiosità e di fiducia le nutri, soprattutto pensando all’originale interpretazione che ha tirato fuori con Sherlock Holmes.

Nel caso di Re Artù, Ritchie ha deciso di raccontare la vicenda facendola sapientemente oscillare tra storia e mito, così da prendersi le sue libertà sul racconto inserendo creature mitologiche, giganteschi elefanti corazzati e tanta, bellissima, magia. Uther Pendragon (Eric Bana) è il Re di Camelot, vive nel suo castello accompagnato dalla moglie e dal figlio Artù, mentre a corte però serpeggia il seme del tradimento covato dal fratello Vortigen (Jude Law). Un’escalation di eventi rocamboleschi lascerà Artù (Charlie Hunnam) orfano, costretto a crescere nei bordelli di Londinium senza conoscere le sue reali origini, sopravvivendo alla giornata al meglio delle sue possibilità.

La ricomparsa della spada perduta Excalibur, che si accosta alla leggenda sul ritorno del legittimo re, cambia la vita del giovane, investendolo con responsabilità che non avrebbe mai immaginato di sostenere. Il racconto del regista prende forma fotogramma dopo fotogramma, grazie a un montaggio fuori di testa che riesce a fondere al suo interno passato, presente e futuro, senza lasciare nulla di intentato anche in termini di comicità.

Sembra di guardare un film che si evolve su generi diversi: si parte dal mainstream più eccessivo, con elefanti corazzati comandati telepaticamente da un mago, per poi passare all’action tendente al comico grazie a scene veloci, montate a regola d’arte e assistite da dialoghi altrettanto rapidi in pieno stile Ritchie, per arrivare infine al fantasy violento e volutamente esagerato, composto da creature che spaziano nell’immaginario mitologico legato al contesto. Il tutto piacevolmente accompagnato da una colonna sonora confezionata a modo, capace di galvanizzare le scene sullo schermo in maniera completamente unica e avvincente.

Persino i personaggi “esistenti” presentati nella trama, da Mordred a Parsifal, vengono re-immaginati seguendo una politica più terra terra, lasciando quindi allo spettatore la possibilità di conoscerli sotto diverse spoglie, ma non per questo meno credibili di quelle a cui siamo abituati dai testi. I Cavalieri della Tavola Rotonda (tra l’altro, sarebbe dovuto essere il titolo originale prima del cambio!) non ci sono, proprio come Ginevra o Merlino, scelta che evidenzia una voglia del regista di rischiare, sondando terreni alternativi che non sempre possono risultare vincenti agli occhi della critica.

King Arthur Jude Law

Siete tutti dei bei ragazzetti!

Tutto questo spettacolo immaginifico affascina e non annoia, evitando di scadere sul banale nel momento in cui vengono esposti i fatti. La linearità della storia, che chiaramente vuole il protagonista vincente nei confronti di questo avversario allegorico, acquista dinamismo grazie alla tecnica narrativa impiantata da Ritchie. All’occhio critico può sembrare certamente sciocco, ma ne va comunque sottolineata la bonarietà soprattutto nell’ottica dell’intrattenimento fine a se stesso. La grande storia di Re Artù ci è stata raccontata in mille salse diverse, ma quello che riesce a fare il regista con King Arthur: Il Potere della Spada è un qualcosa di piacevolmente originale.

Cosa che serve, di questi tempi, in un cinema che comunque ormai lavora e rielabora completamente vecchi prodotti dandogli semplicemente una rispolverata. Certo, le vicende di questo film sono riprese tuttavia da un’opera letteraria esistente (a detta di Wikipedia, La Morte di Artù di Thomas Mallory), ma anziché raccontarne l’intero ciclo si ferma proprio all’inizio, lasciandoci forse sperare in un sequel nel prossimo futuro.

Considerazioni Finali

L’idea di portare sul grande schermo una storia vista e rivista poteva risultare catastrofica, ma Guy Ritchie è riuscito nuovamente a stupirci, regalandoci un King Arthur diverso dai soliti canoni. Meno pomposo e più irriverente ma, soprattutto, più vicino a quello che vuole essere un target evidentemente più giovanile (basti pensare alla totale mancanza del sangue nel film). Questo nuovo racconto, ispirato alle favole del ciclo arturiano, diverte e intrattiene senza fermarsi troppo su inutili complessità. Secondo me, se volete fidarvi, il prezzo del biglietto vale, a patto che vogliate dare una chance a un regista che ha già dato gran prova di essere all’altezza di produrre film di un certo rilievo.

King Arthur David Beckham

PS. Guardate un pò chi si è riciclato!?!?

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Videogiocatore sin dalla tenera età, ha cominciato il suo viaggio dalle console di vecchissima generazione per approdare al PC Gaming più estremo. Fedele sostenitore del retrogaming, ama gli RPG e gli RTS e cerca, allo stesso tempo, di diversificare la sua dieta con generi sempre diversi di videogiochi.

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