Ne abbiamo viste di tutti i colori, inutile negarlo. Gli alieni sono entrati nella fantasia di tantissimi autori lasciando il segno, dandoci in pasto realtà distopiche di ogni tipologia, che ha visto come protagonisti razze di qualsivoglia universo pronta ad entrare in contatto con il “popoletto” del pianeta Terra.

La domanda sorge spontanea ai più, soprattutto quando pensiamo: che tipo di contatto? Roba da quarto tipo, ultimatum alla terra o Alien? Nel caso di Arrival, ultimo film del regista Denis Villeneuve, nessuna delle tre.

Eptapodi all’orizzonte

Dodici astronavi misteriose atterrano in diversi siti sparsi per il globo, senza manifestare alcun tipo di intenzione ostile nei confronti del popolo della Terra. Una serie di scienziati cerca di studiare le astronavi, ed il loro interno, venendo a conoscenza dell’esistenza di esseri alieni che soprannominano “eptapodi”, per via dei sette arti di cui sono provvisti.

La linguista Louise Banks (Amy Adams) viene ingaggiata da una squadra militare statunitense capitanata dal Colonnello Weber (Forest Whitaker), al fine di scoprire il possibile linguaggio usato dagli alieni per comunicare. A darle manforte troviamo il fisico teorico Ian Donnelly (Jeremy Renner), il quale cerca di sfruttare la matematica al fine di trovare un algoritmo di base che possa, in qualche modo, spiegare i motivi per cui gli alieni sono atterrati sulla Terra.

L’intero incipit della storia si ispira alla teoria della relatività linguistica, meglio conosciuta come l’Ipotesi di Sapir-Whorf, secondo cui –in soldoni proprio– le lingue che parliamo sono in grado di influenzare il mondo in cui approcciamo alla realtà, definendo in qualche modo anche il nostro modo di pensare. Tenete bene a mente questa teoria, visto che su di essa vengono sviluppate le intere fondamenta del film.

Arrival 01

Si parla infatti di comunicazione, di un approccio non violento che implica un determinato coinvolgimento (verbale o meno) che vede la sua attuazione in uno scambio di parole e simboli. La linguista sostiene infatti che, al fine di arrivare ad una domanda complessa come “che ce siete venuti a fa a casa nostra?”, bisogna partire da basi semplici, importanti per veicolare e far interpretare un messaggio ad esseri che possono, potenzialmente, ragionare in maniera del tutto diversa dalla nostra.

Partendo dunque da una semplice presentazione, che varrà il soprannome di Tom e Jerry ai due alieni, i protagonisti cominceranno un cammino lento e costante, che porterà a risposte considerevoli e del tutto inaspettate. Villeneuve, nella sua interpretazione di un incontro felicemente pacifico con gli alieni, trasporta lo spettatore in un continuo crescendo di eventi, capace di solcare non soltanto lo schema più “banale” dell’incontro, ma arrivando a vette più filosofiche ed introspettive.

Lasciando dunque in fondo al mucchio la guerra, o l’invasione, come tema ormai reiterato del genere, il regista sfrutta invece le tematiche sopracitate, puntando quasi a fare un film d’autore. Una fantascienza diversa, che incontra il linguaggio come veicolo d’ispirazione. Bellissimo inoltre l’idioma utilizzato dagli alieni, questa sorta di cerchio perfetto che va a richiamare un pensiero ciclico, infinito, che non si ferma soltanto alla concezione del linguaggio ma determina (come la regola suddetta da cui trae ispirazione) una concezione del tempo totalmente diversa dalla nostra.

Arrival 02

A noi ce piace l’insalata di polpo..

Basti pensare ai parallelismi con la nostra, che invece viene rappresentata in maniera lineare, proprio come la nostra concezione del trascorrere del tempo. Ed in 116 minuti di film dove la Adams calca la scena senza mollarla un secondo, vediamo esplodere questo dualismo inaspettato, rimanendo anche a bocca aperta per le strade trasversali scelte dal regista per raccontare la vicenda.

Considerazioni Finali

Il risultato della nostra esperienza in compagnia di Arrival mi ha lasciato con molti piacevoli interrogativi, che mi hanno invogliato ad effettuare una seconda visione del film, al fine di capire se mi fossi perso qualche particolare nascosto. C’è della grandezza in questo film, fattore che mi fa ben sperare nel sequel di Blade Runner affidato appunto al caro Villeneuve. Se le premesse sono queste, posso soltanto dire : Grazie Denis!

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Videogiocatore sin dalla tenera età, ha cominciato il suo viaggio dalle console di vecchissima generazione per approdare al PC Gaming più estremo. Fedele sostenitore del retrogaming, ama gli RPG e gli RTS e cerca, allo stesso tempo, di diversificare la sua dieta con generi sempre diversi di videogiochi.

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