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Oceania

Dopo aver ottenuto un discreto successo con Zootropolis, la Walt Disney Pictures è tornata alla carica in poco tempo, pubblicando sul grande schermo il suo 56esimo classico Disney intitolato Oceania (che a dirla tutta dovrebbe essere Moana, ma poi a pensare alla Pozzi ci metti un attimo e quindi…).

Ma chiudiamo velocemente questa parentesi, diventando nuovamente seri. La storia questa volta non parla della classica principessa delle fiabe, non mette sul campo nessuna tenera e sdolcinata love story, ma inscena invece il perfetto romanzo avventuroso che chiunque vorrebbe vivere, maschio o femmina che sia. C’è del poetico in tutto questo, misto a quel qualcosa che fa libero riferimento al passato cinefilo della casa produttrice, traendo spunti diversi dai protagonisti più amati dei classici. Senza contare, poi, che a dirigere la pellicola sono stati due registi di tutto rispetto, quali Ron Clements e John Musker.

Per chi non li conoscesse, stiamo parlando nientemeno di quelli che hanno diretto Aladdin, Hercules e La Sirenetta, non so se mi spiego.

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Li avete visti i film sopracitati, vero?

Recupera il cuore, salva il mondo

In principio c’era solo il vasto Oceano, almeno fin quando non emerse l’isola madre Te Fiti, una divinità terrestre dal cuore magico capace di creare la vita sulla Terra. Col tempo però molti altri vennero a sapere di questo potere, ed un tra questi era il semidio Maui (Dwayne Johnson), il quale rubò il cuore per donarlo all’umanità (ditemi che qualcuno di voi sta pensando a Prometeo).

Ma durante la sua fuga, il semidio Maui venne attaccato dal demone di lava Te Kà, il quale distrusse il suo amo da pesca (fonte del suo potere), facendoli disperdere nell’oblio insieme al cuore. Mille anni dopo tocca alla giovane Vaiana Waialiki (Auli’i Cravalho), principessa polinesiana di Motunui, di dover recuperare il cuore per riporlo al proprio posto, così da salvare la sua gente dall’inevitabile corruzione della terra che sembra intaccare ogni mezzo di sostentamento dell’intera isola.

Il pretesto narrativo per far separare la giovane protagonista dalle certezze della sua casa mettono in scena un perfetto disegno avventuroso, che si fonde sapientemente a quel desiderio insito nell’essere umano di protendersi sempre più verso l’ignoto. Andando anche contro alle volontà giuste di genitori protettivi, pronti a nascondere persino la storia del proprio popolo pur di salvaguardare, quanto più possibile, la sopravvivenza dei propri cari. Il padre Tui insegna alla figlia che l’isola ha tutto ciò di cui il suo popolo ha bisogno, vietandole il mare aperto per via di una brutta esperienza in cui morì il suo migliore amico.

Sappiamo bene che il mare può essere spaventoso, qualora preso alla leggera, ma con rispetto ed intelligenza anche la più pericolosa delle tempeste può condurci verso la salvezza.

Walt Disney punta tutto sul viaggio, mescolando in tavola con delle metafore riuscite quei valori che conosciamo alla perfezione. Famiglia, rispetto e fiducia (in sé stessi e negli altri) diventano l’incipit principale della scena, lasciando sorprendentemente cadere in disuso l’utilizzo di una love story scontata, frequentemente dedicata alle protagoniste femminili dei lungometraggi d’animazione.

Vaiana mostra tutta la genuinità di una protagonista femminile come Rapunzel, o Anna in Frozen, ed anche se inizialmente tenta di conformarsi alle regole impostegli dai propri cari, cerca infine di sovvertirle senza irruenza per cercare di esaudire le proprie aspirazioni (o sogni).

L’intero corso dell’avventura è una preparazione, o quantomeno una continua scoperta di sé stessi, che sfocia in una battaglia finale che poi battaglia proprio non è. La forza, ed irruenza, identificate nel personaggio mitico di Maui si scontrano spesso con l’ingegno e l’empatia messe in campo da Vaiana. E non parlo di facili moralismi! 

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Ciao, sono The Rock … ehm, volevo dire, Maui!

Il lungometraggio, inoltre, può essere speditamente apprezzato sia da grandi e piccini, grazie ad una chiave di lettura a più livelli che colpisce nel segno, senza scavare troppo a fondo. I personaggi comprimari spezzano quella serietà filosofica del racconto, come il gallo HeiHei o il tatuaggio animato sul corpo di Maui.

La ricchezza di questi contenuti, infine, viene accompagnata da un ottimo comparto tecnico dedicato all’animazione digitale, capace di riprodurre piacevolmente un mondo visivo ricco di colori, accompagnato da un oceano animato popolato da creature mitiche perfettamente convincente.

Considerazioni Finali

Devo ammettere di essermi divertito in sala, soprattutto perché il film non ripropone lo stesso minestrone riscaldato, dando invece spazio ad un’avventura profonda dalle diverse chiavi di lettura. Consiglio di andarlo a vedere soprattutto in compagnia della prole, Maui ed il simpatico galletto HeiHei sapranno catturarvi mettendo in scena uno spettacolo divertente.

Autore dell'articolo: Simone Rampazzi

Videogiocatore sin dalla tenera età, ha cominciato il suo viaggio dalle console di vecchissima generazione per approdare al PC Gaming più estremo. Fedele sostenitore del retrogaming, ama gli RPG e gli RTS e cerca, allo stesso tempo, di diversificare la sua dieta con generi sempre diversi di videogiochi.

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