Luke Cage

Attenzione: contiene spoiler e sabbipodi.

 

Devo dire di non aver accolto con particolare entusiasmo la serie di Luke Cage, probabilmente ancora fresco di delusione per quanto visto su Jessica Jones. Dopo un’ottima prima serie su Daredevil e una seconda meno buona ma pur sempre valida, le avventure dell’investigatrice privata dell’agenzia Alias mi avevano lasciato abbastanza deluso.

Vuoi per il poco appeal della protagonista (e che vi devo dire, Kristen Ritter proprio non mi va giù), vuoi per alcune soluzioni narrative che avevo trovato piuttosto confusionarie e raffazzonate, vuoi soprattutto per l’eccessiva lunghezza della serie ho vissuto le 13 puntate di Jessica Jones come una personale Via Crucis, esultando come un sabbipode infoiato dopo la fine di ogni puntata.

E' finita Jessica Jones! E' finita!
E’ finita Jessica Jones! E’ finita!

La serie, ambientata ad Harlem (parte fondamentale delle vicende del nostro uomo antiproiettile), ci presenta un Luke Cage intento a sbarcare il lunario nel tentativo di rimanere nel più assoluto anonimato per sfuggire ad un passato che lo rincorre. Affannandosi per sbarcare il lunario fra diversi impieghi, lo troviamo a spazzare i pavimenti del negozio del barbiere di Pop.

Il barber shop di Pop è una vera e propria istituzione ad Harlem, un’oasi felice che offre ospitalità in un quartiere dove prima si spara, poi si rispara e poi forse si chiede “come va?”.

Certo questo status quo non può durare (altrimenti che facciamo a fare un telefilm con supereroi?) e piuttosto malvolentieri Luke Cage si troverà a fare i conti con la malavita organizzata che imperversa nel quartiere facendo i suoi porci comodi nella più totale impunità.

E qui entra in scena Cottonmouth (interpretato da Mahersala Ali gia visto in House of Cards nel ruolo di Remy Denton). Gangster psicopativo affetto da ridarella, controlla Harlem con pugno di ferro aiutato in gran segreto dalla cugina Mariah Dillard (Alfre Woodard).

A questi si aggiungerà Diamondback, vera e propria mente criminale a capo di tutta l’organizzazione che agisce ad Harlem (e non solo).

Le prima puntate della serie mi hanno convinto, pur ricalcando quanto già visto in Daredevil (sostituite i due protagonisti e mettete Kingpin al posto di Cottonmouth e il gioco è fatto).

Ho ricominciato ad avere i primi sintomi della sindrome del sabbipode infoiato dopo la quinta puntata, quando la serie comincia a perdere colpi in maniera decisamente consistente e, ahimè, si perde in una spirale di noia e di scelte narrative se non altro discutibili dalle quali non sarà in grado di riprendersi.

 

Avere un eroe indistruttibile non è cosa facile da gestire. Dopo un inizio in cui Cage spadroneggia, entrando nei covi di Cottonmouth e riuscendo a ripulirli senza il minimo graffio e con qualche pallottola rimbalzata di troppo, la serie si trova inevitabilmente a dover far fronte alla necessità di avere una minaccia reale per il nostro bulletproof man.

Ed è qui che cominciano i problemi.

 

BULLETPROOF MAN?

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“Te rimbarzo”

Con l’ingresso in gioco di Diamondback infatti le dinamiche cambiano. Luke si troverà a dover fuggire perché ricercato dalla polizia oltre ad essere stato ferito dallo stesso Diamondback con l’aiuto di un paio di proiettili Giuda.

I cattivoni infatti, con abili (?) mosse, mettono Luke Cage alla gogna, usando contro di lui la scelta di essere un eroe pubblico, incriminandolo per tutti i fatti criminali compiuti da Cottonmouth and sgherri e costringendolo alla fuga dopo aver indagato senza troppa fatica sul passato del nostro eroe e aver scoperto la sua vera identità di evaso di prigione.

La scelta di Cage di offrirsi al pubblico come persona vera e presente nel quartiere, senza alcuna maschera o identità segreta si rivela così un’arma a doppio taglio per il nostro eroe.

Il punto è che il piano messo in atto per sputtanarlo fa acqua da tutte le parti, lasciando allo spettatore una spiacevole sensazione di idiozia dilagante che colpisce i protagonisti della serie.

A rincarare la dose, l’arrivo in scena appunto di Diamondback che infila un paio dei sopracitati proiettili Giuda nel corpo del nostro Cage costringe il protagonista ad una fuga in compagnia dell’infermiera Claire Temple (Rosario Dawson, già vista e apprezzata nelle precedenti serie Netflix) qui ancora di più in versione E.R. che George Clooney levati, sistemo dalla sbucciatura al ginocchio alle rotture multiple.

Il telefilm però funziona quando Cage fa Cage e questa pausa forzata (e troppo lunga) incide in maniera negativa sul ritmo della serie.

 

BAD BOYS RUNNING WILD

Cottonmouth con evidenti manie di grandezza
Cottonmouth con evidenti manie di grandezza

Le precedenti operazioni Marvel Netflix avevano l’indubbio pregio di poter vantare un comparto “villains” di prim’ordine.

Senza imbarcarmi in lodi sperticate prima Vincent D’Onofrio con Devil e successivamente David Tennant avevano contribuito in maniera importante al successo delle serie che li vedeva nelle parti dei cattivoni.

Qui purtroppo il colpo rimane in canna.

Se Cottonmouth aveva un minimo di carisma e appeal dalla sua morte il ruolo vacante di villain non viene rimpiazzato in modo adeguato.

Il personaggio di Maria Dillard infatti non convince appieno ma quello che proprio non funziona è Diamondback.

A parte il fatto di presentare un personaggio che cita frasi della Bibbia (abbastanza a caso inoltre) il fratellastro vendicativo di Luke Cage viene trascinato nella spirale di nonsense che pervade la seconda parte della serie.

Emblema di questa condizione il combattimento finale. Tu, supremo cattivone, che hai avuto la fortuna e/o la bravura di trovare un’arma che possa ferire un uomo indistruttibile (i proiettili Giuda di cui sopra) cosa fai durante l’epico scontro finale in mezzo ad una strada? Rinunci alla tua unica opportunità di vittoria dimenticando di poter disporre dei suddetti proiettili per indossare un costumino (brutto) preso sull’ultimo numero di PostalMarket con l’unico scopo di comparire a Striscia la Notizia nella rubrica I nuovi mostri e venir puntualmente gonfiato di botte dal nostro buon Luke Cage.

 

FRIENDS WILL BE FRIENDS

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“Ci beviamo un caffè?”

Ci sono comunque molte cose valide nella serie, a partire proprio dal personaggio e dal cast di supporto che gli è stato affiancato.

In particolare Claire Temple (Rosario Dawson) che a ben vedere è la vera protagonista trasversale delle serie Marvel su Netflix.

Non paga di aver salvato le chiappe più volte a Daredevil e di aver aiutato Jessica Jones la ritroviamo ad Harlem giusto in tempo per aiutare Luke Cage e dar sfoggio della sua impareggiabile arte infermieristica messa a dura prova anche in questa serie (ma dalla quale ne esce sempre vittoriosa come nemmeno il miglior Dr House).

La serie inoltre introduce Misty Night (character indispensabile nell’universo di Luke Cage) che pur senza alcun braccio bionico come la controparte cartacea (buuuu!) è probabilmente il personaggio più complesso e che svolge un vero e proprio percorso evolutivo all’interno della serie.

 

#ITSALLCONNECTED

 

A partire dai “proiettili Giuda” sono numerosi i collegamenti fra Luke Cage e il Marvel Cinematic Universe.

Sviluppati dalla Hammer Tech (la compagnia di Justin Hammer, interpretato da Sam Rockwell in Iron Man 2) questi proiettili utilizzano la tecnologia aliena recuperata dopo la battaglia di New York fra gli Avengers e i chitauri.

A questo vanno ad aggiungersi altri particolari, come il tizio che vende DVD e bluray pirata della battaglia vista nella prima pellicola degli Avengers fino ad arrivare a definire Luke Cage come il “capitan america di Harlem”

Strano però che nessuno citi o si ricordi che Hulk abbia praticamente raso al suolo Harlem nell’ultimo film dedicato al gigante verde.

I rimandi invece alle altre serie Netflix mi hanno lasciato un po’ più perplesso.

Se da una parte è divertente vedere Claire Temple proporre a Luke Cage un avvocato davvero bravo di sua conoscenza per aiutarlo a risolvere le sue beghe legali non c’è alcun riferimento a quanto visto in Jessica Jones, pur avendo visto il buon Colter in ben 7 episodi della serie dedicata all’investigatrice.

 

DR JAZZ E MR FUNK

 

Uno dei problemi che ho sempre riscontrato nelle produzioni del Marvel Cinematic Universe era la mancanza di temi musicali all’altezza. A parte il main theme degli Avengers, faccio fatica a ricordare un tema musicale che mi rimandi istantaneamente alla serie tv o al film. Luke Cage risolve per buona parte questo problema.

Se Luke Cage ha il feeling dei film blaxploitation degli anni 70 lo si deve soprattutto ad una colonna sonora che mischia sapientemente hip hop, jazz e funk ma è soprattutto negli inserti di musica “live” all’Harlem Paradise che da il meglio di sè.

Da brividi veri invece il tema scritto da MethodMan: Bulletproof Love (presente anch’esso nel telefilm in un cameo). Applausi!

IN THE END

 

Tirando le somme, purtroppo non mi sento di promuovere la serie dell’uomo antiproiettile.

Il problema principale (lo stesso di Jessica Jones) è l’eccessiva lunghezza.

13 puntate sono veramente tante e i momenti di stanca sono davvero troppi. La noia a volte imperante unita a scelte di sceneggiatura non proprio brillanti non riescono ad elevare la prima stagione di Luke Cage al di là di una stiracchiata sufficienza (anche se Jessica Jones aveva fatto peggio).

Speriamo che con la prossima serie di Iron Fist e soprattutto con la serie dei quattro Defenders (per la quale è stata annunciata come main villain Sigourney Weaver nell’ambito dell’ultimo NYCC) riescano a riportare qualitativamente le serie Marvel su Netflix a livello delle due stagioni di Daredevil.

 

Autore dell'articolo: Luca Pinchiroli

Onnivoro fumettofilo. Appassionato di cinema horror e di Hitchcock. Videogiocatore da divano. Gli piaccioni i mostri.

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