Last Day of June – Recensione

Il tema della scomparsa di una persona cara raccontato in Last Day of June  è uno di quegli argomenti che, personalmente, rappresenta  sempre una grande sfida da affrontare con impavido coraggio. Ho subito due grosse perdite in questi trentuno  anni di vita, mio padre e una persona a me molto cara, e ho provato sulla mia pelle cosa vuol dire avere un vuoto nella tua quotidianità, un vuoto che non tornerà mai più.

No fermi, non vi farò un pezzo in stile Maria de Filippi, nessuna lettera struggente e dalla lacrime facile. Potrei volendo, ma non lo farò.

Se infatti il subbuglio che Last Day of June ha provocato dentro di me è uguale a quello di un pugno tanto preciso alla bocca dello stomaco quanto dolce, la gioia di potervi parlare di un titolo sviluppato da uno studio italiano (Ovosonico ha sede a Varese) è ancora più forte.

Dovete infatti sapere che in questo giorni mi è capitato di recensire anche Mario+Rabbids: Kingdom Battle, titolo sviluppato da Ubisoft Milan in esclusiva per Switch.

Mi piace immaginare che l’uscita così ravvicinata di due titoli italiani ( e parliamo di sviluppo) sia il segno più limpido e cristallino che il nostro movimento può dare, ovvero che: anche in Italia si possono sviluppare grandi titoli, che non siano i racing di Milestone ( a cui va comunque riconosciuto tanto!).

Ma adesso è bene che vi parli di Last Day of June.

UN SOFFIO SULLA VOSTRA ANIMA

Carl e June sono innamorati. Un pontile, un semplice regalo e il tramonto sullo sfondo, sono la perfetta cornice di un sentimento quanto mai puro. Tutto però viene interrotto da una improvvisa tempesta.

La corsa verso la macchina, la voglia di tornare sotto il loro confortevole tetto…e poi un lampo. Una frazione di secondo che ti cambia tutta la vita. L’incidente. Il buio.

June non c’è più; Carl è costretto a vivere il resto dei suoi giorni con un cuore che batte più lentamente, e una sedia a  rotelle ad accompagnare i suoi movimenti.

Questo l’incipit di una storia che parla di sconfitte ma anche di coraggio; di paura alternata a speranza; di emozioni sostituite forzatamente da ricordi. Una ratatouille di sentimenti che ti porta su una montagna russa in grado di scombussolarti per circa quattro ore. Il tempo di arrivare ai titoli di coda e di commuoverti (sì, lo ammetto, alla fine del gioco avevo gli occhi lucidi).

No, non fate quelle facce. Massimo Guarini e il suo team, hanno dimostra quanto il timing all’interno di giochi di questo tipo sia importante, se non fondamentale.

Ma cosa si deve fare in Last day of June? Evitare quello che sembra invitabile: la morte di June.

Per farlo dovremo giocare con il tempo, manipolare l’ultimo giorno di June provando ad incastrare una serie di eventi successi che coinvolgono anche altri personaggi. Un anziano, un ragazzino che si sente solo, un cacciatore e una giovane donna in procinto di traslocare.

Una serie di linee temporali che vanno incastrate tra loro per far sì che quel maledetto incidente non avvenga. Ogni cosa che si va a modificare nella storia di qualcuno, avrà ripercussioni in quella degli altri personaggi, cambiando sostanzialmente le possibilità offerte.

Un puzzle solving in terza persona che non risulta mai troppo impegnativo, ma al contrario, cerca di lasciare al giocatore lo spazio per l’esperienza emotiva. Questo potrebbe essere ovviamente un problema per coloro che cercano e vogliono vivere anche una componente ludica corposa, ma ripeto, non è questo il caso. Last Day of June, in questo senso, ricorda molto di più un walking simulator.

E va bene così, perché c’è così tanto da vivere, provare e scoprire che l’esperienza è il vero spettacolo che si paga. La sofferenza del cercare a tutti i costi di cambiare il destino, scoprire i segreti che nascondono gli abitanti di quel viaggio in cui sembra che ognuno abbia perso qualcosa.

Per poi arrivare ad un finale che con estrema dignità, senza momenti melensi o colpi bassi ti commuove; ti accarezza sulla guancia e ti consola. Ci sono dei passaggi che non possono lasciare indifferenti; ci sono momenti che dimostra la lucidità di un progetto pensato e sviluppato con coscienza, ma soprattutto rispetto verso coloro che una situazione simile a quella raccontata, l’hanno vissuta sulla loro pelle.

Una storia che ti entra dentro, che si annida sotto la tua pelle e si deposita nel tuo cuore. Una storia che non esprime mai una parola, con protagonisti senza occhi che trasmettono le loro emozioni solamente attraverso gesti e versi. Perché le emozioni, quando sono raccontate bene, non hanno bisogno di parole di contorno.

Tutto questo è poi accompagnato dalle splendide musiche di Steven Wilson (sì, lo Steven Wilson dei Porcupine Tree) e animato da Jess Cope che può vantare collaborazioni persino con Tim Burton. Tutto questo ci regala uno stile visivo a metà tra l’animazione un po’ goffa dello stop motion e dei paesaggi in pieno stile acquarello. Un quadro perfetto in cui tutto risulta perfettamente al suo posto.

Un affresco in movimento in cui è facile pensare che June e Carl, possono essere chiunque di noi.

Brava Ovosonico, e brava 505 games per averci creduto,  il vostro coraggio ha pagato. Comprate Last Day of June.


 

PRO: Feels a palate; Una storia raccontata molto bene; Stile visivo di impatto
CONTRO: Enigmi piuttosto semplici

COMMENTO FINALE:  Last Day of June è una dolce canzone che vi entra nella testa. Un titolo che con estrema dignità e toccante sensibilità, racconta un argomento tutt’altro che semplice. Un esempio limpido e cristallino della maturità di un media, ma sopratutto dell’enorme crescita che uno studio come Ovosonico ha fatto. Prendetelo e fidatevi di me, non ve ne pentirete.

 

 

 

Autore dell'articolo: Roberto Vicario

Giocatore onnivoro. Amante dei boardgame anche se non vince mai. Un amore smisurato per il cinema. Insomma, ho tutte le malattie di questo mondo. Con tanta dedizione, ed un po di culo, sono riuscito a farlo diventare il mio lavoro. Qui però posso sproloquiare alla grande.